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Gli amici degli amici sono miei amici; e, se fa comodo, lo sono anche i nemici


di  Claudio de Luca

          Assumere amici (ma pure gli amici degli amici) nella Pubblica amministrazione, solo perché dobbiamo considerarli nostri amici, è commendevole al punto che – qualche anno fa – cinque deputati elaborarono (e sottoscrissero) una proposta di legge in cui venivano definite “corruzioni, al pari delle tangenti”, i comportamenti assunti dalla gran parte dei gerenti pubblici al fine di incardinare persone negli organici, soprattutto negli enti locali, senza il superamento di un pubblico concorso. Per la verità, la situazione sopra esposta era stata già prevista (e vietata) dalle norme costituzionali; ma evidentemente, praticandosi su di esse un assiduo “bypass”, quei parlamentari ritennero bene di muoversi – pure ad un livello legislativo più basso – utilizzando fonti giuridiche meno autorevoli di quella fondamentale, ma non per questo meno efficaci. A questo punto, vi sarebbe da domandarsi perché mai l’iniziativa non venga rispettata localmente da ogni altro raggruppamento politico? I comportamenti che la proposta si proponeva di sanzionare penalmente sono censurabili “lato et stricto sensu”; e neppure diventerebbero giustificabili quando si pensasse che le assunzioni selvagge non hanno genitori, atteso che – a provvedervi – sono sempre stati tutti i partiti (di Destra, di Centro o di Sinistra che fossero), una volta che i loro rappresentanti si fossero assisi sugli scranni “dove si puote ciò che si vuole”. Perciò, chiunque non volesse fare i conti con questa proposta (decaduta, ma che potrebbe essere formalmente riproposta, integrata e migliorata) dimostrerebbe di non essere interessato a far uscire il Paese da quel clima perenne di lottizzazione fra le varie fazioni che, spesate dalla collettività, danneggiano in questo modo chiunque voglia mantenersi lontano dagli schieramenti politici.

Nessuno può negare che il fatto di assumere nella P.a., con nomina diretta, amici e parenti di politici più che una furbizia sia una vera e propria corruzione. Se  poi si aggiunga: 1) che non deve più ripetersi il fatto che esèrciti di persone ammanicate entrino senza concorso nelle amministrazioni locali o regionali (con dei contratti a tempo determinato); 2) che, successivamente, con la scusa della stabilizzazione dei precari, venga “regalato” un posto pubblico in danno di diecine di migliaia di giovani che studiano una vita intera per entrare nel circuito lavorativo, si sancirebbe una cosa più che sacrosanta, soprattutto quando si pensi ai nostri figli costretti ad emigrare dal Molise per lavorare. Analogamente va messo il dito sulla piaga del cosiddetto “spoil system”, interpretato all’italiana, specie nei Comuni della ventesima regione. L’assieme di queste due parole inglesi, intese in senso truffaldino, permette di assumere (in via straordinaria, senza il tràmite di un concorso e per un numero limitato di posti) personale che dovrebbe entrare a far parte degli “staff” dei pubblici amministratori (e non solo questi). Or bene, a parte il fatto che – per la carenza dei controlli – vengono chiamati, bene spesso, soggetti non a posto con i dèbiti titoli accademici, chi inizia a lavorare con questo sistema, anziché essere dimesso al rinnovo degli amministratori, quasi sempre rimarrà stabilizzato con la scusa che i precari non possono rimanere tali in eterno. La conseguenza? Che a quelli finalmente incardinati nei ruoli dell’ente, se ne aggiungeranno altri “chiamati all’inglese” (quando sono soltanto dei portoghesi del posto di lavoro) che continueranno ad ingolfare i ruoli pubblici, senza di avere affrontato una prova concorsuale. Ma questo non è il vero “spoil system”, che nell’ordinamento italiano non è stato mai introdotto. Quello autentico viene attuato negli Stati uniti e si compone di un ingresso cui, però, consegue un’uscita alla fine del mandato politico. Infine, inutile tacere che, per ovviare ad ogni difficoltà, in Italia si è riusciti ad inventare di tutto. Alludiamo alle società miste degli enti locali. Queste ultime, ritrovandosi ad essere – giuridicamente – delle società per azioni, possono assumere (senza inibizioni di sorta) chiunque vogliano e con le modalità le più discrezionali, dando origine ad un ulteriore scandalo comportamentale, che si pone sul medesimo piano dell’altro appena censurato. Perciò, certi comportamenti (che definire “border line” sarebbe veramente troppo poco) non possono essere cancellati che dall’insieme dello schieramento politico, e non solo da chi si autodefinisce liberale e popolare.

Di Giuseppe Saluppo

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