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Chi difende il Molise?

L’insistenza con cui il presidente del consiglio dei ministri Matteo Renzi ha chiamato in causa la classe politica regionale e il Molise, per farne oggetto di propaganda elettorale in favore del “Sì” alla riforma della Costituzione, sta passando per un ciò che non è: una sorta di divertimento dialettico, una esemplificazione del dove e del come si annidano gli interessi della casta e le realtà alle quali è reso possibile promuoversi turisticamente in ogni angolo del mondo e gestire la sanità creando voragini nel bilancio e nella qualità dei servizi. Sarà anche vero, anzi è vero, ma a un presidente del Consiglio dei ministri non è consentito di discriminare tra le Regioni e porne una ad esempio in termini assoluti e negativi, per evidenti scopi strumentali a suo favore, del suo governo e della sua riforma costituzionale. Non è mettendo in evidenza la realtà molisana, facendone un paradigma,  che può sperare che l’affermazione del “Sì” gli sia più facile o, viceversa, perdendolo il referendum, di essersi fatta “nemica” una comunità che nel conto generale del consenso elettorale non ha nessun rilievo. Non sono i numeri, però,  e le statistiche che danno di un popolo, della sua storia, della sua dignità la misura esatta. Soprattutto nel momento storico in cui il declassamento qualitativo della politica, dei politici, e della pubblica amministrazione è un dato di fatto da cui non è affatto escluso il presidente del Consiglio dei ministri. Per cui, volendo sfruttare il presunto (ribadiamo presunto) ostracismo di parte dei consiglieri regionali alla proposta di riforma costituzionale che del Molise e dei molisani, questo si, farebbe un territorio e un popolo depauperati di diritti e  sovraccarichi di doveri, non gli è consentito di coinvolgere la tanta parte dei molisani ch’è sana, onesta, responsabile, operosa, in quella sorta di minestrone qualunquistico in cui s’è ridotto il dibatto e il confronto referendario. Ma il grave non è Renzi e il suo modo di agire. Il grave sono l’accettazione supina e remissiva dei rilievi e delle critiche strumentali e  ingenerose di cui il Molise è bersaglio, il silenzio delle istituzioni territoriali, la bocca chiusa della deputazione parlamentare, il servilismo dei renziani di casa nostra al padrone.

L’assenza di una reazione da parte di coloro che nel Molise fanno politica e amministrano, è del tutto comprensibile: hanno famiglia.

Ciò che sconforta è la presa d’atto che il Molise non ha più intellettuali (filosofi, sociologi, scrittori, critici d’arte, studiosi, attori …). Non ha più cervelli e lingue libere in grado di riassegnare ai molisani la dignità perduta, di contrastare il continuo scivolamento in basso della morale pubblica, di creare un vallo tra il qualunquismo strumentale dei potentati  e l’esistenza della gente comune. L’impoverimento culturale è tangibile e, purtroppo, solo a distanza di oltre 30 anni dalla sua istituzione l’università accenna a colmare il vuoto, ma con l’attenzione di chi sa di essere parte del sistema di potere e di non doverlo intaccare.  Non resta quindi che il consigliere regionale Michele Petraroia nella sua improbabile, ma tenace, resistenza alla deriva populista, cui far riferimento per cogliere un barlume di dignità personale e istituzionale. Rivolto a Renzi : “In 3 anni da capo del Governo avrebbe potuto intraprendere iniziative per ridurre i costi istituzionali ad ogni livello, dando ulteriore seguito ai decreti adottati da Mario Monti, ma non l’ha fatto, e anche recentemente ha schierato la maggioranza parlamentare contro il taglio delle indennità. Avrebbe potuto sostenere misure di riordino, razionalizzazione, accorpamento o semplificazione delle regioni italiane, ma in 1000 giorni di governo non l’ha fatto. Ora, in piena campagna referendaria, solleva in modo pretestuoso il caso Molise come se la nostra regione fosse l’unico esempio negativo tra tante regioni virtuose. E’ chiaro che utilizza l’argomento in chiave strumentale per aumentare i consensi sul Si al Referendum.  Probabilmente in questa fase, tutto è concesso a chi governa, come se non esistessero più barriere, regole istituzionali, dignità territoriali o rispetto dovuto nei confronti di intere comunità. Sorprende e sconcerta questo salto nel buio in cui l’unico potere che si riconosce è quello della forza e non quello delle regole. Sarà anche per questo che si considera  lo stravolgimento di 47 articoli della Costituzione come se fosse un’ovvietà, un fatto ordinario o una misura di poco conto. In un simile contesto, al di là del “Si” o del “No” al Referendum, è indispensabile che chi rappresenta le istituzioni ad ogni livello nel Molise difenda il proprio territorio, sollecitando il capo del Governo a non persistere in una forzatura inesatta che addita in negativo la nostra comunità al cospetto dell’Italia. La tornata referendaria del 4 dicembre passerà ma il Molise resterà, e chi lo amministra nei comuni, nelle province, in regione o lo rappresenta in parlamento, ha il dovere istituzionale di distinguere tra campagna elettorale e rispetto di se stesso e del territorio. Votare “No” non dà diritto a offendere gratuitamente il capo del Governo, ma votare “Si” non obbliga a considerare promozione turistica i riferimenti sul Molise del presidente del Consiglio dei ministri”.

Dardo

 

 

Di Dardo

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