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Appuntamento mancato. Il 31 dicembre sarebbero dovute scomparire le Comunità montane

L’incarico ai commissari straordinari Luigi Pardo D’Alete e Domenico Marinelli di liquidare in via conclusiva le Comunità montane del Molise sarebbe dovuto scadere il 31 dicembre 2016. Il legislatore regionale nel 2011 ha deliberato di eliminarle, avendole ritenute un peso amministrativo per il governo del territorio. Nel decretarne la fine, ha creduto di essere estraneo alla decisione di tenerle in vita senza deleghe, senza compiti istituzionali e senza prospettive, riducendole, di fatto, a Enti inutili. Dal che, un territorio classificato montano per oltre il 70 per cento, si ritrova senza un’entità territoriale che si prenda carico  e affronti i problemi dell’economia, dello sviluppo e dei servizi che sono specifici e tipici delle aree montane.  Nell’Alto Molise 19 comuni e 116 realtà private hanno costituito un Gruppo d’azione locale (Gal) su presupposti geomorfologici (area omogenea), attività produttive, identità storica e culturale, volontà di crescere e sviluppare un disegno unitario con tre obiettivi fondamentali:  lo sviluppo e l’innovazione delle filiere agroalimentari ed artigianali; il turismo sostenibile, e la cura e tutela del paesaggio, del suolo e della biodiversità. Una dimostrazione di autodeterminazione territoriale a scorno della disgregazione deliberata dalla Regione con la cancellazione delle Comunità montane. La stupidità al governo: il Molise è la matrice più fertile di questo attributo intellettuale. La stupidità che ha determinato la fine delle Comunità montane è la stessa che ha reso necessario, e continuerà a renderlo chissà per quant’altro tempo ancora, il regime commissariale che, come abbiamo detto, da oltre cinque anni non riesce a cavare il ragno dal buco. Ancora la stupidità, dobbiamo presumere, è imputata nella scelta del 31 dicembre come termine ultimo dato ai commissari liquidatori D’Alete e a Marinelli, senza considerare che sono tuttora irrisolti la sistemazione  del personale, e la vendita dei beni mobili e immobili.  Degli oltre 100 dipendenti in origine, una buona parte, peraltro pagata dai commissari liquidatori, quindi dalla Regione, è utilizzata (non comandata, si badi – ndr), presso taluni servizi regionali: materiale umano gestito politicamente (a scopo clientelare?). Parrebbe proprio di sì. Attualmente,  nell’organico comunitario sono in 22  ad assistere i commissari nella loro “fatica”. Per gli uni e per gli altri dipendenti, però, il capitolo della destinazione definitiva rimane aperto, e fintanto non troverà soluzione, della liquidazione degli Enti non si potrà mai parlare. Alla sistemazione del  personale, per legge regionale, deve provvedere la Regione, che finora non ha prospettata alcuna soluzione al riguardo. Anche da questo si rileva la stupidità nell’aver fissato al 31 dicembre 2016 il termine conclusivo del procedimento liquidatorio. Né a tale fine ha dato un risultato apprezzabile il “gruppo tecnico” composto da Annamaria Macchiarola, responsabile dell’Ufficio contenzioso amministrativo della Regione Molise; Marilina Di Domenico, direttore del Nucleo di valutazione e verifica degli investimenti pubblici, e Carmela Lalli, consigliera personale del presidente Paolo di Laura Frattura,  gruppo destinato alle attività straordinarie di liquidazione delle ex comunità montane attraverso l’esame della documentazione esistente; l’istruttoria e la definizione di proposte operative; l’acquisizione delle informazioni in ordine al valore di realizzo di alcuni beni immobili e della verifica della fattibilità delle ipotesi di trasferire beni patrimoniali (mobili e immobili) agli enti locali (singoli o associati). Tutto ciò sarebbe dovuto essere esplicato e realizzato entro il 30 settembre 2016, con una proposta di piano straordinario di liquidazione, “fatte salve eventuali proroghe da definirsi in ragione della complessità delle attività”. Se ciò sia stato fatto o meno entro il 30 settembre 2016,  al momento non è rilevabile dagli atti ufficiali della Regione. Se il gruppo ce l’ha fatta,  gli va dato merito; se non ce l’ha fatta, vuol dire che ha dovuto prendere atto della complessità delle operazioni, costretto, pertanto, a chiedere la proroga. Dalla Regione intanto silenzio assoluto. Ormai è prassi anche questo modo improprio di agire, facendo leva sulla facilità con cui gli atti amministrativi si leggono e si dimenticano. Sarà, ma intanto la messa in liquidazione delle Comunità montane, ad oltre cinque anni dalla legge regionale che le ha cancellate dal territorio, resta una incommentabile dimostrazione di fasullagine politica, programmatica e amministrativa. Come la si giri e la si volti, la minestra regionale è sempre scarsamente commestibile.

 

Dardo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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