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Quale Molise per il domani

Storie di questi giorni. Da una parte le dichiarazioni ottimistiche dello establishment nazionale e regionale sulla (presunta) uscita dalla crisi economica e sulla (probabile) ripresa della produzione. Dall’altra, la celebrazione della giornata nazionale di lotta alla povertà e alla disuguaglianza, e la manifestazione unitaria (Cgil, Cisl e Uil) “per chiedere importanti correzioni alla manovra economica approvata dal Governo per il 2018 soprattutto in materia di incentivi all’occupazione per favorire il lavoro stabile e sicuro, per aumentare gli stanziamenti sulla sanità, per promuovere opportunità di nuova occupazione per i giovani e per le donne, per consentire modifiche significative sulle pensioni, per rinnovare i contratti nella pubblica amministrazione fermi da 9 anni e per rifinanziare il sostegno al reddito degli ammortizzatori sociali e le misure di contrasto alla povertà”. Povertà e correttivi alla politica governativa quale contrappeso al facile ottimismo del potere governativo. In mezzo, il cittadino italiano e molisano inevitabilmente costretto a barcamenarsi tra i due estremi, con l’aiuto della sua esperienza quotidiana, alle prese con i problemi dell’esistenza se non, addirittura, della sopravvivenza. La dicotomia tra il Paese reale e quello proposto dalla demagogia politica sarà la linea di separazione alle urne tra le forze del sistema in auge e le forze dell’antisistema che con eccessiva disinvoltura vengono classificate in termini spregiativi “ populiste”. Ciò soprattutto nel Molise dove il governo locale si attarda ad assecondare le strategie elettorali incentrate sui personaggi del Pd (Ruta al Senato, la Fanelli al Parlamento e Frattura alla presidenza della giunta regionale), ignorando l’urgenza di mettere in campo gli investimenti e le strategie programmatiche per ridurre il dramma della disoccupazione, della sottoccupazione e del precariato. Nel Molise dove, con grande disprezzo del buonsenso e del senso di responsabilità, le risorse finanziarie raccattate in Europa e in parte avute dal Governo di Roma (Patto per il Molise), dopo la fase di gestazione e acquisizione, ancorché strumentalmente depositate nei contenitori della speculazione politica (risorse fatte balenare agli occhi dei sindacati, del partenariato locale e della pletora dei cassaintegrati), in questi mesi sono manipolate e gestite prevalentemente in chiave clientelare ed elettorale. A Palazzo Vitale s’è fatto in modo che i bandi per iniziare la ripresa industriale nell’area di crisi complessa che include i nuclei di Boiano e di Venafro fossero redatti e presentati (col contagocce) in corrispondenza dei mesi che precedono l’avvio della campagna elettore della primavera 2018, e così facendo sono riproposti, senza vergogna alcuna, il modello politico e amministrativo della Prima e della Seconda Repubblica, le peggiori espressioni del sistema di potere finalizzato alla sua perpetuazione e le molle tipiche di una campagna elettorale che promette più che dare.  Per quattro anni la Regione ha desertificato il Molise di industrie (sintomatiche la chiusura dello zuccherificio di Guglionesi e la crisi della Gam di Boiano), di presìdi  commerciali, di botteghe artigiane; ha mortificato la rete ospedaliera, il sistema del trasporto e della comunicazione, il tutto corredato dalla perdita di occupazione. Alla ricerca, con lanternino, di un’opera pubblica (la sede unica regionale?), di un investimento  produttivo, di una scelta programmatica incisiva o rivoluzionaria che proiettasse il Molise nel futuro e nella innovazione, non troviamo che la rinuncia all’autostrada del Molise e la messa in cantiere di un progetto vecchio di oltre 15 anni – la Metropolitana leggera – concepito da Michele Iorio e, in avvio, tra l’altro, assistito professionalmente da Frattura, sulla cui utilità gravano pesantissimi giudizi tecnici ed economici. Al quinto anno ecco la Regione esplodere nella girandola delle proposte e delle promesse, dei bandi pubblici e delle assunzioni a tempo determinato, delle collaborazioni esterne e degli incarichi consulenziali: il tipico armamentario del clientelismo. Un male antico, del quale s’è fatto sempre in modo non venisse estirpato: utile alla politica, gradito all’assistenzialismo. Sicché, l’assenza di un corpo sociale antisistema ancora una volta consentirà che si governi sulle rovine sociali ed economiche agitando il vessillo della demagogia “sulle magnifiche sorti e progressive”.

Dardo

Di Giuseppe Saluppo

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2 commenti

  1. Maria Teresa Marcantonio

    Volete una risposta schietta, che risponde alla realtà, che non si fa illusioni, ma vuole solo il bene di questa regione? Il futuro è l’accorpamento a Marche (soprattutto) ed Abruzzo. In troppe occasioni si è dimostrato di fare un cattivo uso della libertà concessa dal Governo centrale, dunque è bene che si ponga fine a questo teatrino penoso.
    L’altro futuro qual è? Imparare a sentirsi solidali, parte di una comunità unita da storia, cultura, tradizioni, sentire.
    Mia nonna diceva: “O mangi questa minestra, o ti butti dalla finestra”.
    Chi ha orecchi per intendere, intenda.

  2. Annamaria Palmieri

    Politica industriale? Politica agricola? Scuole superiori che creino competenze legate alle specificità del territorio? Turismo rurale? Turismo letterario? Turismo religioso? Il mio professore di matematica se la sarebbe cavata con un’unica risposta: “Trattasi di un grande insieme vuoto”.

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