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Edilizia sociale nelle aree di recupero

Consiglio comunale, mercoledì, a Palazzo San Giorgio in prosecuzione della seduta del 5 gennaio, per individuare le aree da destinare ai piani per l’edilizia economica e popolare a valere per il decennio 2017/2026. L’argomento si trascina dietro molte perplessità, soprattutto di ordine tecnico, ma anche valutazioni di carattere politico a carico di una maggioranza che non è riuscita a dare di sé una immagine chiara e ad esprimere un programma definito, in balia, com’è, di sollecitazioni particolaristiche e utilitaristiche da parte di taluni e individuati interessi edilizi e fondiari. Un Piano regolatore vecchio di 50 anni, un Piano Casa a forte contenuto permissivo, accordi di programma e concessioni a chiaro sfondo speculativo: l’amministrazione di centrosinistra è questo, e poco più. Si muove in nome di questi interessi. Ed è così che il consiglio, su impulso della giunta, dovrebbe decidere, per giunta in seconda convocazione, vale a dire con la presenza di appena 12 consiglieri, di trasferire nelle zone di recupero (note come “Lucarino”, dal nome del tecnico che le ha individuate e delimitate) gli interventi di edilizia sociale da sempre concessi e realizzati nelle zone di espansione esterna (F). La “ratio” di questo cambio di rotta è nella mente di chi il cambio l’ha proposto. Ma non è chiaro se sia nella mente del sindaco o dell’assessore all’urbanistica, la sempre più ineffabile Bibiana Chierchia della quale, nonostante non abbia ascritto alcun titolo alla proposizione elettorale di fare di Campobasso una città europea (Sic! – ndr), tarda a sbiadirsi l’immagine di colei che avrebbe generato una rinascita socio/culturale della città, espressa soprattutto in termini urbanistici e della gestione del territorio. Finora solo altre migliaia di metri cubi di cemento fatti colare sul suolo campobassano, al centro e in periferia, con atti e decisioni anche discriminatori. Da queste premesse, il prossimo consiglio comunale dovrebbe attingere spunti per chiedere (ed ottenere) spiegazioni logiche e convincenti, possibilmente sostenute da analisi statistiche, da valutazioni tecniche approfondite, da elementi di opportunità fatti discendere  dall’andamento demografico della città, per stabilire, com’è nelle intenzioni della maggioranza, la domanda di abitazioni economiche e popolari e quale deve essere la risposta, e perché realizzarle nelle aree di recupero e non in quelle di espansione esterna. Se spiegazioni non verranno date, si rafforzeranno i sospetti che l’operazione ha un suo carattere politico legato a non meglio confessate interferenze che, da quando a Palazzo san Giorgio s’è insediata questa amministrazione, stabiliscono dove andare e cosa fare. Per l’edilizia sociale avrebbero scelto le aree di recupero, tralasciando le aree di espansione esterna. La proposta di deliberazione all’esame del consiglio, per come è stata strutturata, assistita e giustificata dalla struttura tecnica interna al Palazzo, lascia la porta aperta alle critiche e alle eccezioni, certamente alla necessità di avere maggiori elementi di valutazione per giudicare valido o meno il fabbisogno di abitazioni a carattere sociale previsto in poche centinaia di appartamenti in dieci e perché nelle zone di recupero. A Palazzo san Giorgio si gioca a mosca cieca; si buttano numeri, percentuali e indicazioni a casaccio, sapendo di poter contare sulla indifferenza della maggioranza dei consiglieri, sulla disponibilità degli uffici ad avallare le scelte dell’esecutivo, sulla inesistenza di un’opposizione in grado di contrapporsi validamente al di fuori della polemica verbale e delle teatrali escandescenze.

Dardo

 

 

 

 

 

 

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