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Ciò che non fa la Regione lo fanno altri Caro presidente Conte ti scriviamo

Il Pd nel Molise è afono, a dire e a fare qualcosa di sinistra sopperiscono uomini e donne che hanno ascendenze e reminiscenze politiche tali (alcuni, Michele Petraroia, del Pci) da essere ampiamente legittimati a dire e a fare. Anche la Cgil pare volersi ritagliare uno spazio in cui collocarsi identitariamente per ciò ch’è stata in origine, allorché ha funto da cinghia di trasmissione col Partito Comunista e si occupava dei lavoratori. Mentre la maggioranza alla Regione si diletta a punzecchiarsi (Aida Romagnuolo vs Donato Toma) e a cercare di raccapezzarsi tra i problemi che incombono (post terremoto del 14 agosto, viabilità in dissesto e comuni – Limosano – isolati) e quelli che sono in stand-by (Patto per lo sviluppo del Molise),  sono costoro a tenere desta l’opinione pubblica molisana. Si sono fatti vivi con due iniziative molto incisive per contenuto e per determinazione Assente il presidente  Toma nell’interpretare il ruolo istituzionale che lo ha elevato a guida e conduttore delle sorti del Molise, quindi abilitato a interloquire col Governo di Roma, hanno provveduto Anna Spina, Lidia De Sanctis, Anna Maria Evangelista, Roberta Iacovantuono, Michele Petraroia, Chiara D’Amico, Toniy Pietracatella e Elisabetta Brunetti con una lettera aperta al presidente del Consiglio dei ministri Giuseppe Conte  in occasione del rientro a Volturara Appula suo paese natale, a due passi dal Molise. Della lettera riportiamo gli stralci più significativi e attuali. Rivolti a Conte hanno scritto: “Il punto che ci preme sottolineare è che senza un’inversione di tendenza nei processi di sviluppo e nell’erogazione di servizi essenziali per i cittadini, diverse comunità, borghi o intere aree svantaggiate del Mezzogiorno, tra cui Volturara Appula in Puglia, San Bartolomeo in Galdo nel Sannio beneventano o più banalmente Tufara, Macchia Valfortore o Sant’Elia a Pianisi in Molise, sono destinati ad essere cancellati dalla carta geografica. La riduzione delle Amministrazioni Provinciali a vuoti simulacri si è sommata al drastico taglio dei trasferimenti finanziari ai Comuni, alla soppressione delle Comunità Montane e allo svuotamento di funzioni di Prefetture, Consorzi e Agenzie nazionali e regionali. Questa linea di smantellamento istituzionale è foriera di ulteriori soppressioni, accorpamenti e tagli nei presidi giudiziari, nella gestione della pubblica sicurezza e in tutte le articolazioni dello Stato sul territorio”. Continuando hanno sottolineato:  “Con la scomparsa dell’intervento straordinario nel Mezzogiorno è saltato il compromesso sociale tra Nord e Sud a detrimento dei servizi pubblici essenziali e delle opportunità di lavoro nel Mezzogiorno. Misure assistenziali di corto respiro non consentirebbero di ribaltare il paradigma di un’irrisolta Questione Meridionale. Al contrario, bisogna porre come prioritaria una strategia per lo sviluppo delle Aree interne quale imperativo etico a maggior ragione per un Premier che nasce in una delle zone in cui la desertificazione sociale, lo spopolamento ed il progressivo invecchiamento della popolazione sono tra i più alti d’Italia.  L’area del Fortore manca di infrastrutture essenziali. La Statale Foggia – Campobasso è tra le più anacronistiche d’Italia, non esiste ferrovia, raggiungere l’ospedale più vicino è una scommessa, la mobilità è a singhiozzo, non mancano discariche o sversamenti che causano il fenomeno delle alghe rosse nell’invaso di Occhito, ed è tutto un proliferare di pale eoliche in località in cui la ventosità è  limitata”. Sicché: “Mentre nel Nord si parla di quadruplicare le strade statali, i passanti ferroviari e migliorare la connessione veloce, gli interporti e gli aeroporti,  nelle aree interne del Sud, la viabilità provinciale è saltata, le ferrovie sono a binario unico o non esistono, la connessione è lenta e le strade statali nel migliore dei casi sono a due corsie con frane ultradecennali e sensi unici alternati. Foggia, Benevento, Campobasso, l’area del Fortore e le zone interne meridionali hanno diritto al futuro e spetta allo Stato disegnare una strategia che ripristini la legalità, sconfigga le mafie e assicuri servizi essenziali, opportunità di lavoro e infrastrutture adeguate a cittadini che meritano maggior rispetto”. Documento di alto profilo politico; documento inoppugnabile di una realtà storica che non si riesce a rimuovere; documento dignitoso, degno di un Consiglio regionale responsabile e coeso. Se esistesse. Non di meno Lucia Merlo, responsabile del dipartimento Mercato del lavoro delle Cgil, s’è posta ed ha posto interessanti interrogativi sulla esistenza di un futuro per il Molise alzando il velo dell’inedia che sta paralizzando la Regione.  Dice la Merlo: “Le bellezze e le potenzialità della regione restano ibernate da classi dirigenti incapaci di valorizzarle. Come risollevare le sorti della regione se manca un’idea di sviluppo, se mancano le strade di collegamento, se manca la ferrovia, se manca un porto? Serve un progetto credibile, servono risorse aggiuntive per le infrastrutture, servono concretezza, competenza e celerità. Servono fatti e non più slogan elettorali. Il Molise può ancora avere un futuro?” . Ai posteri l’ardua sentenza.

Dardo

Di Dardo

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