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#vengoconquestamiaadirvi TREBBIATURA MECCANICA

di Franco Di Biase

E come promesso ci ritroviamo a parlare della trebbiatura meccanica. La seconda guerra mandiale rappresentò lo spartiacque tra il vecchio ed il nuovo, anche in agricoltura. Comolici gli alleati, con i loro aiuti, artefici le organizzazioni sindacali, in primis la Coldiretti, si iniziò ad usare ka forma cooperativistica per poter accedere alle attrezzature agricole che costavano non poco.
Immagino che ai vecchi, ma anche algi allora nuovi contadini, non sembrò vero poter trebbiare senza litigare con la “vettura” (la bestia da soma) o con la mancanza di vento per “ventilare” il grano. Era arrivata la TREBBIA! Trainata da un trattore a ruote di ferro, i vecchi Landini testa calda, detti testa calda perché le candelette di preaccensione non c’erano, ma bisognava riscaldare con del fuoco la parte bassa del motore. Insomma testa calda se lo riscaldavano, diversamente testa di …. non so cosa, anzi lo so, perché non partiva. Successivamente la trebbia veniva trainata da un trattore a cingoli. In tutti e due i casi non risultava velocissimo lo spostamento, non velocissimo, ma in linea con tutto quello che era lo svolgersi della vita in campagna. Un anno ad aspettare per raccogliere i frutti.
Dunque arrivava la trebbia trainata da questi trattori e veniva posizionata sull’aia in prossimità della “meta” dei covoni di grano. Il posizionamento di quella che sembra un’astronave aliena avveniva in maniera scientifica. Una volta posizionate le ruote su delle assi di legno con dei cunei abbullonati tra di loro che imbrigliavamo la ruota per tenerla ferma. Il “tocco dell’artista” arrivava il “capo trebbia” con il livello e sanciva il giusto posizionamento di quell’ “astronave aliena” si posizionava il trattore ad una decina di metri dalla trebbia e si stendeva la cinghia enorme tra una puleggia della trebbia e la puleggia del trattore per dare il moto a tutta la trebbia.
A quel punto i “personaggi” intorno alla trebbia cambiavano. I trattoristi che avevano portato la trebbia cedevano il campo, la scena, ai contadini che avrebbero trebbiato il loro grano. Anche in questo caso niente era lasciato all’improvvisazione, i posti erano stabiliti atavicamente ed ognuno aveva il suo posto. Il posto più delicato era quello “dell’imboccatore” la persona che inseriva i covoni del grano nella macchina. Nella nostra contrada il “ruolo” dell’imboccatore era svolto da Ze Angelille, forse perché in anni precedenti aveva partecipato a qualche cooperativa per la gestione di una trebbia. Ze Angelille aveva un suo “grido di guerra” quando la materia prima mancava urlava: “MANUOCCHIEEE”! L’opera dell’imboccatore era delicata perché se l’imboccatore non “capiva” bene la macchina, la trebbia poteva bloccarsi per eccesso di grano inserito. Allora bisognava bloccare tutto ed incominciare a smontare telai ed altre parti per rimuovere il grano in eccesso. La figura dell’imboccatore sparì con l’arrivo di una nuova trebbia “la Cicoria” trebbia che udite, udite, aveva un nastro trasportatore che issava i covoni sul tetto e quindi li AUTOtrasportava all’interno della macchina. Operazione che, sino all’anno prima, con la vecchia trebbia veniva fatta da una persona con l’ausilio di una forca con il manico più lungo, U FURCATIELLE.
Quindi ognuno aveva il compito prestabilito, il compito più ingrato era quello di sistemare la paglia che usciva alla fine del processo di trebbiatura. La paglia veniva fuori insieme ad una nuvola di polvere data dalla cama (pula) del grano. Bisognava raccogliere la paglia con le forche per farci il “mucchio” e negli anni successivi imboccare la paglia dalla trebbia all’imballatrice per sistemarla in comode ballette da immagazzinare. Poi, con la “Cicoria” si arrivò ad avere la trebbia che imboccava direttamente l’imballatrice … altri due “posti” di lavoro eliminati. E fanno quattro con l’addetto al “furcatielle” e l’imboccatore.
Il grano veniva trasportato rigorosamente in sacchi su delle carriole e riposto nel magazzino della casa, mentre, come detto, la paglia che sarebbe servita per tutto l’anno come LETTERA, lettiera, per le mucche, per gli animali in genere. Quindi importante era la trebbia con il trincipaglia. Lo stelo del grano i contadini volevano fosse sminuzzato per far stare più comode le mucche e gli animali in genere. Questo particolare rende l’idea di quale rispetto i contadini avessero per gli animali. animali
Mentre si trebbiava, parallelamente, si muoveva un mondo sommerso che era destinato a rifocillare gli uomini che assistevano la trebbiatura. Le donne davano una mano alla trebbiatura, ma si occupavano prevalentemente dell’assistenza agli operatori. Si tenga conto che le operazioni di trebbiatura erano esperite in un clima torrido, con una polvere assurda ed i contadini, per quanto votati senza paura alla fatica dovevano pur dissetarsi per no disidratarsi.
La cosa “curiosa” della trebbiatura erano i “turni” di lavoro. Tutti i “turni”, come ogni “turno, finivano quando era finito il grano da trebbiare, o con l’avvento della notte. L’illuminazione dei trattori ancora non era tale da poter lavorare la notte. E meno male per i trebbiatori.
Al giungere delle tenebre scattava il “fermi tutti” e si passava ad una delle tre soste della giornata. Soste dedicate a “magnaceme nu mucceche”!
Mentre il sole tramonta le donne iniziavano preparare la cena. Nel pieno rispetto della stagionalità, che i contadini hanno sempre vissuto con sommo rispetto, ci si apprestava alla tavola. La facevano da padrone le penne, in ogni caso pasta corta cotte spesso nella CHETTORA la caldaia, oppure nel CUTTRIELLE, un paiolo più piccolo secondo le persone a pranzo. Nel rispetto di una società, sbagliata, di tipo patriarcale, le donne restavano in cucina insieme ai bambini, mentre gli uomini mangiavano in altra stanza. Non era alcuna discriminazione, solo uso consolidato, ma anche praticità gestionale.
La cena era il pranzo principale, dopo non si doveva più lavorare e ci si poteva concedere qualche bicchiere di vino, bevanda che faceva da collante tra la fatica e lo svago. Affianco alle penne, la sera, ma anche il giorno, di solito ci poteva essere del pollo con patate cotto sotto la coppa . Polli allevati e custoditi proprio per questo evento. La mattina, invece la CULAZIONE era costituita dall’insalata che faceva da contorno a pancetta, ma soprattutto capocollo con formaggio e caciocavallo. Un testimonianza di colore la ebbi dal mio prozio Nicola. Subito dopo la guerra costituirono una cooperativa, acquistarono una trebbia e giravano le campagne CAMPOBASSESI per trebbiare il grano. Sembra che poi, alla fine della campagna di trebbiatura, i partecipanti alla cooperativa facessero un viaggio a Termoli, con annesso bagno a mare. Cosa gradita e molto rara, e pranzo a casa di uno di loro che aveva un’azienda agricola a Termoli. Insomma quella che oggi viene definita una cena aziendale …..
Stavo dicendo di zio Nicola. Nel raccontare gli aneddoti che circondavano il duro lavoro del trebbiatore. Zio Nicola era solito parlare della “bandiera”. La “bandiera” come quella italiana era costituita dal verde, dal bianco e dal rosso. Nello specifico: dal verde delle CUMMARELLE, oggi li chiamano cetriangoli, dal bianco della cipolla e dal rosso dei pomodori. Sono tre ortaggi tipici di questo periodo e siccome ogni contadino oltre al grano custodiva l’orto, considerando poi che subito dopo la guerra non c’erano grandi disponibilità economiche, zio Nicola usava dire: “quanne ze tresca funisce a BANDIERA matina, miezeiurne e sera” nel senso che ogni famiglia offriva ai trebbiatori la stessa insalata. Non avendo altro.
La trebbia aveva un itinerario da seguire nella contrada, secondo l’itinerario, secondo la quantità di grano si stabiliva dove e da chi venissero consumati i pasti. Mia madre, chiamandosi Anna, era “lusingata” del fatto che per parecchi anni capitava la trebbiatura proprio nel giorno di Sant’Anna.
E questa era la trebbiatura come la ricordo io. Giornate di lavoro immenso ed intenso, giornate belle e partecipate. Partecipate dal mutuo soccorso che ogni contadino dedicava al proprio vicino senza aspettarsi in cambio nient’altro che l’aiuto per la propria trebbiatura a prescindere dalla quantità di grano di ognuno.
Come si conclude? Poi arrivarono le mietitrebbie e non si ebbe più bisogno dell’aiuto del vicino. Iniziò la società dei singoli, quella che poi confluirà nei telefonini e nei social. Social che uniscono virtualmente, ma separano fisicamente.
È stato bello ricordare la trebbiatura, per adesso, come sempre, statevi arrivederci.

Di admin

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