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#vengoconquestamiaadirvi TREBBIATURA DEL GRANO FATTA CON GLI ANIMALI

di Franco di Biase

La volta scorsa eravamo arrivati “raccogliere” i covoni di grano….le manuocchie…..
Eravamo rimasti al grano raccolto e sistemato sull’aia pronto per essere trebbiato, TRESCATE. I covoni di grano, MANUOCCHIE, erano accatastai in enormi “costruzioni” sapientemente fatte dai contadini più anziani, quindi più esperti, costruzioni che, addirittura, finivano con il “tetto” spiovente, proprio come una casa, per evitare che in caso di pioggia l’acqua bagnasse tutto il grano.
Portato il grano nei pressi dell’aia, della posto scelto per la trebbiatura si procedeva a preparare il luogo, il posto dove trebbiare. Armati di zappa i contadini pulivano la terra dall’erba che la ricopriva, portandola praticamente allo stato brullo. Successivamente sul terreno veniva versta dell’acqua e con pale e badili vari si compattava il terreno per renderlo liscio.
Finite le operazioni di preparazione, si passava alla vera e propria trebbiatura, si TRESCAVA il grano.
I covoni venivano calati dalle mete e sistemati sull’aia di terra battuta. Si prendeva delle VETTURE, animali da soma, ma anche buoi o mucche che, legati a coppia, trascinavano degli enormi pezzi di legno CIUCCARUNE o delle grandi pietre con delle scanalature nella parte inferiore, i pezzi di legno o le pietre passavano sopra le spighe di grano ed insieme agli zoccoli degli animali servivano per separare il chicco di grano dalla pula, la CAMA. Gli animali in tutto questo erano bendati. Dovendo girare in tondo sull’aia se non fossero stati bendati sarebbero svenuti per mal di testa dopo pochi giri.
Calpestati i covoni di grano ci si trovava con grano, pula e paglia tutti insieme sull’aia. A questo punto si toglievano le VETTURE (animali da soma) dall’aia e le si parcheggiava all’ombra, forse perciò le chiamavano VETTURE? Gli animali all’ombra erano rifocillati con sacchetti di iuta appesi al collo dove potavano infilare il muso e trovare ristoro con biada ed orzo. Mentre le VETTURE riposavano, gli uomini provvedevano alle ventilazione, UNTELEIAVENE, del grano. Con delle forche di legno buttavano in aria quello che avevano calpestato gli animali ed il vento portava via la pula, LA CAMA, e la paglia, facendo ricadere a terra i chicchi di grano più pesanti. Per questo motivo, UNTELEIA’, l’aia veniva fatta sul più scoperto possibile. Nella speranza che tirasse un qualsiasi alito di vento. Era un’operazione non sempre facile. Poteva capitare che proprio in quel preciso momento non tirasse un alito di vento. Quindi ci si sedeva e, seraficamente, si aspettava che spirasse un poco di vento. La pulitura del grano si faceva anche utilizzando dei setacci CRUVIELLE, che facevano scendere i chicchi e trattenevano la paglia. Questa è un’operazione che vedremo anche la volta prossima quando parleremo della trebbiatura meccanica.
Raccolto il grano si provvedeva a riporlo in casa, era un momento “magico” era il coronamento di un anno di lavoro, il raggiungimento di un risultato che permetteva la sussistenza familiare, con la farina utilizzata per pane e pasta, e con i cereali usati come mangime per gli animali domestici. Il grano a casa era riposto in grandi casse, LE CASCIUNE, e vi riposava sino al momento della bisogna, per essere macinato, per essere venduto, per essere usato come mangime per gli animali.
Il raccolto del grano avveniva, spesso, in presenza di contratto di mezzadria. Attualmente vietata, consisteva del dividere il raccolto e le spese tra il padrone della terra ed il mezzadro, U PARZENAULE. Era un contratto di solito fatto sulla parola e non ci si tirava indietro. Né da un parte né dall’altra. Dopo aver diviso le spese di aratura, semina e raccolta, il grano veniva diviso. Per fare le divisioni su usava il tomolo, U TUMBERE, era un recipiente, veniva riempito e ne toccava uno al padrone ed un al mezzadro. Il metodo per riempire il tomolo potevano essere diverse. Una volta riempito il tomolo poteva essere colmo o raso. Per essere raso si “apparava” con la VARRA. Un pezzo di ferro che serviva per livellare il grano ai bordi del tomolo e dare la giusta misura. Questo era il tomolo raso, se non si passava la VARRA, il tomolo era colmo e quindi conteneva più grano. C’era varie tipologie di proprietari terreni, e c’era, ovviamente, anche il CAINO. Il CAINO era quello che dava il tomolo raso al mezzadro e lo prendeva colmo per sé……bella rrrrrobbbbbba!! Mi sorge un dubbio, ogni volta che penso al tomolo. Il tomolo era usato anche come unità di misura della terra, ma non è quasi mai la stessa cosa da paese a paese. A me piace pensare che sia disuguale perché ogni terreno ha una sua capacità produttiva e l’estensione del tomolo indicava l’essere fertile della terra.
Cercherò di parlarne ancora, comunque la parola PARZENAULE, come pure CAFONE viene, non veniva, spesso usata per indicare i contadini quelle persone, magari poco istruite che lavoravano la terra. Mi è capitato più volte di sentire, ma anche di leggere in alcuni testi dei cafoni in luogo dei contadini. Lasciando per un attimo perdere i cafoni di Ignazio Silone, scrittore che tanto ha dato al mondo contadino da un punto di vista di divulgazione e conoscenza degli usi, mi dispiace se ancora oggi si identifica con CAFONE colui che lavora la terra. … le pemmarole l’hai accattate da nu cafone e campagna …. ancora oggi ne sento dire.
Per rispondere a queste bassezze di tipo razzistico, non trovo altre parole, mi piace ricordare le parole di mio nonno. Mio Nonno, mi chiamo orgogliosamente come lui, anche se pur essendo Francesco anagraficamente non mi ci chiama nessuno, mio nonno, dicevo, contadino per tutti gli anni della sua vita, usava dire: “Cafone ci è chi ce procede, no chi zappa la terra!”…..assetete e raccontame u fatte!!
La prossima volta parleremo della trebbiatura meccanica
Statevi arrivederci

Di admin

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