Home / Politica / Sanità molisana allo sfascio. Prima di sparare su Roma guardiamo in casa nostra

Sanità molisana allo sfascio. Prima di sparare su Roma guardiamo in casa nostra

E’ la sanità, nel Molise, la vera, grande, malata. Affetta da una sorta di debolezza endemica, non riesce a sollevarsi; anzi, peggiora. Né il personale curante (leggasi i commissari ad acta e i sub commissari) si mostra in grado di comprenderne l’origine del male  e, quindi, di adeguare la cura. Ci provano, sono oltre 10 anni, senza mai raggiungere un segno di miglioramento che li possa rincuorare e, soprattutto, rincuorare i cittadini molisani costretti a curarsi. Molti che possono vanno ad avvalersi della sanità altrui; quelli che non possono, sono costretti ad accontentarsi di ciò che passa il convento; altri addirittura rinunciano a curarsi. Contro il permanere di questa situazione di fortissimo disagio sanitario e sociale, si vorrebbe che fosse la Regione, nella sua espressione rappresentativa (maggioranza e minoranza) a mobilitarsi in difesa e per il rispetto del dettato costituzionale che sancisce il diritto alla salute uguale per tutti i cittadini italiani (da Nord a Sud, da Est a Ovest) dichiarando guerra a Roma. Sarebbe una dimostrazione di responsabilità e di sensibilità politica, ma l’appello  in tal senso avviato nei giorni scorsi dal già presidente della Regione, Michele Iorio, oggi consigliere (insoddisfatto) in seno alla maggioranza che regge la poltrona a Donato Toma, sembra non abbia attecchito per via dell’aridità morale, civile, politica e amministrativa di coloro che siedono sugli scanni di Palazzo D’Aimmo. Continueremo pertanto a subire impunemente gli effetti deleteri dei tagli al personale medico e paramedico, dei tagli ai servizi e ai reparti ospedalieri (fino alla soglia della mortalità) e, quindi, al permanere delle lungaggini (fino allo sfinimento) delle liste di attesa. Sono queste, diciamolo, l’indice preoccupante e grave della condizione di inefficienza con cui si manifesta la sanità molisana. Sono un oltraggio al buonsenso e una causa delle diagnosi e delle cure mancate. Chi non riesce a snellirle, a renderle compatibili con le urgenze che si accumulano, non vive a Roma, nei ministeri, opera a Campobasso, comunque nel Molise, nell’Azienda sanitaria regionale e negli ospedali, oltre che nelle istituzioni locali. I tempi di attesa rimangono una piaga aperta. Il problema è dentro l’organizzazione sanitaria regionale; è tutto nostro. Un primario del Cardarelli che più degli altri avverte la gravità dello stato di fatto, e ne soffre, è perentorio: “Fintanto non verrà fatto un esame comparativo dei costi fra le strutture pubbliche e quelle private, non si verrà mai fuori dall’equivoco secondo cui il servizio sanitario pubblico è migliore di quello privato. Ci sono esami, interventi, indagini diagnostiche che costano poco nell’apparato pubblico e andrebbero pertanto incentivati; altri, al contrario, che costano un occhio della testa e, quindi, andrebbero ridotti o eliminati. Basterebbe interagire in questo contesto per dare risposte  rapide alle richieste dei pazienti e al contenimento dei costi”. Comparazione dei costi, quindi, e non posizioni demagogiche e apodittiche. Insomma, questione di soldi. A pensar male è peccato, ma spesso si coglie nel segno. Per cui non va esclusa la possibilità che le liste d’attesa nascondano un sotteso invito all’utenza a cercare nella struttura privata  la soluzione a portata di mano. Quanti medici ospedalieri finiscono nelle cliniche private? Sta di fatto che nelle strutture private (convenzionate e non)  il problema delle liste non esiste. Lo si vada a dire al manager dell’Asrem, ai commissari ad acta, all’assessore regionale alla sanità, anzi a Toma, e agli stessi primari ospedalieri.  Tenuto conto degli ospedali, delle cliniche convenzionate, dei Centri di ricerca, le liste d’attesa assumono aspetti e contorni paradossali. Non dovrebbero esistere. Nessuno però, a nessun livello, si perita di spiegare l’arcano. C’è sempre una pezza giustificativa a colore: strumenti d’indagine fuori uso; pezzi di ricambio che non si trovano; carenza di personale. Nelle strutture private gli strumenti d’indagine funzionano; i pezzi di ricambio sono reperibili; e non c’è carenza di personale. Questione di uomini, di organizzazione, di responsabilità, di capacità. Prima di sparare su Roma, guardiamo in casa nostra.

Dardo

Di admin

Potrebbe Interessarti

Criscuoli (Adoc): Traporto urbano a Campobasso, solita confusione

L’associazione Adoc Molise, cercando di evitare inutili e futili polemiche, ritiene comunque opportuno replicare a …

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *