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Sacrario Castello Monforte, quelle salme non vanno spostate

di Nicola Felice

Negli ultimi giorni ci giungono sempre più frequenti notizie sull’inizio dei lavori di riqualificazione della collina Monforte e, per essa, anche le opere di ristrutturazione e consolidamento del castello Monforte.
Nel plaudire la conclusione del lungo iter che, sicuramente, renderà più accettabile l’usufruizione di un luogo molto caro ai campobassani dobbiamo sollevare perplessità, purtroppo, su quello che si vorrebbe fare degli ambienti del sacrario militare e delle sue pertinenze. Da notizie richiesteci in vari tempi e da vari soggetti ci è sembrato di capire che uno degli interventi mira a ricostruire il solaio che un tempo inframezzava l’attuale salone oggi sede del luogo sacro. Si procederebbe, contemporaneamente, a rimuovere i marmi in pietra di Trani e le salme ivi poste per chiuderne i loculi a motivo di rinforzare il paramento murario e agevolare, in seguito, manifestazioni culturali ed artistiche che possono benmissimo essere effettuate in altri ambienti (dove lo spazio non mancherebbe). Tutto lavoro che non fa intravvedere valide alternative nell’allocazione delle spoglie. Ma quale miglior mostra è quella che rappresenta i valori migliori e più esaltanti di quelli simboleggianti da quelle salme che nel sacrario riposano da oltre 60 anni?
Quei valori, che oggi sembrano attenuarsi, non possono essere posti nel nulla per ragioni utilitaristiche anche perché il cittadino campobassano sa benissimo che in cima al Monte la situazione atmosferica è tale che solo in pochi stretti periodi dell’anno vi si può accedere e sostarvi come turisti. Noi crediamo che l’attuale Amministrazione Comunale non voglia disattendere le deliberazioni del 1921 e del 1937 come non voglia disattendere la disciplina giuridica che regola i cimiteri di guerra (L. 12/6/1931 n. 877 e L. 9/1/1951 n. 204).
Nella fattispecie proprio la Legge 204, all’art. 7 fa rientrare il sacrario del Monforte come sepolcreto di guerra ove i resti dei caduti sono considerabili come “definitivamente sistemati nel territorio nazionale” e, quindi, rimovibili solo su assenso dei familiari (Circolare Ministero della Difesa del 25/1/1968 n. 5170). Peraltro interventi al di fuori di questa giurisprudenza potrebbero, a nostro avviso, configurarsi quale violazione dell’articolo 407 del Codice Penale. Inoltre anche i lavori eseguiti nel 1936/1937 furono regolarmente autorizzati dal Ministero della Pubblica Istruzione, Direzione Generale delle Antichità e Belle Arti nel maggio del 1936 per cui rimaniamo perplessi su di un intervento (contraddittorio) che stravolgerebbe lo stato di fatto in un edificio che, oltretutto, dal 1940, risulta inserito nell’elenco dei cmonumenti nazionali cristallizzando, così, uno stato di fatto.
Pur comprendendo che il castello debba subire ulteriori interventi di consolidamento noi pensiamo che soluzioni alternative ci siano e possano, comunque, essere messe in atto (consolidamento delle pareti interne e catene, quest’ultime mascherabili, per esempio, con un impianto di lampade perpetue).
Chiudiamo per non sottrarLe prezioso tempo all’azione amministrativa che, con sempre maggiori difficoltà, è posta a capo dei responsabili dei Comuni rimanendo convinti, comunque, che alla presente sarà dato favorevole riscontro non esimendoci, però, da azioni adeguate in caso di violazioni morali e materiali toccanti questo particolare argomento».

Di admin

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