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“POTRAN VOLAR SUI MISSILI…P’LA MAIELLA URRÀ…” GRAZIE VENANZIO, MARIAPIA, SALVATORE E TONINO

di Massimo Dalla Torre
Erano gli anni sessanta e la domenica nelle case dei campobassani, quelli doc, non quelli prestati alla città perché provenienti dalla provincia, al momento di mettersi a tavola, e impiattare i bucatini o i mezzi ziti, conditi con il ragù di carne che aveva “ppiat” per tre ore nella terrina d’cuocc’, si accendeva la radio di solito posizionata sul frigorifero, per quelli che lo avevano, perché nelle case c’era la credenza che comprendeva anche la ghiacciaia. Rito che permetteva a tutta la famiglia di ascoltare nel silenzio quasi religioso un motivetto musicale rotto solo dal rumore della forchetta che, come una benna, scavava nel piatto fumante e denso di profumi. Motivetto che aveva quale “refrain…potran volar sui missili…p’la maiella urrà…” sigla della trasmissione radiofonica che veniva irradiata dalla sede Rai di Pescara, allora eravamo ancora legati a doppio filo all’Abruzzo. Sigla di un gustoso spaccato di Molise scritto da Venanzio Vigliardi che vedeva protagonisti la veracissima campobassana Maria Pia Sandomenico, Tonino Armagno, Salvatore Salottolo, Benito Faraone e un giovanissimo Tonino Salvatorelli. Un quintetto che dava vita a un qualcosa che difficilmente è possibile riscoprire nella quotidianità perché è svanito per “l’imbastardimento”, scusate il termine, della cultura locale. Un qualcosa che si è allontanato dai modi di vita e di parlato dei campobassani che preferiscono “ammischiare” il dialetto, per giunta storpiato, con parole prese in prestito finanche dalle lingue straniere. Ora che tutto si è spersonalizzato, a dir la verità, di questo siamo rimasti perplessi, perché nessuno, ad eccezione di pochissimi ricorda quel periodo che, difficilmente, può essere cancellato. Un testimonio privilegiato della Campobasso di allora, tanto da non temere alcun confronto con chi falsamente si professa erede di quello che il quintetto aveva ed ha, nel DNA: “la campobassanità”. Fortunatamente non tutto è andato perduto, perché in una sala gremita all’inverosimile, quella dell’ex GIL oggi sede della Fondazione Molise Cultura, i “formidabili”, cui aggiungiamo Fred Bongusto scomparso qualche giorno fa, sono tornati magicamente ad allietare se pur virtualmente, “l’campuascian” che amano questa realtà e le sue tradizioni grazie soprattutto alla passione di tanti come: il Dott. Italo Testa, Presidente dell’Università della Terza Età e del Tempo Libero, dei giornalisti Mauro Carafa di RAI tre e Vittoria Todisco del Quotidiano del Molise, della Prof.ssa Carmela Di Soccio, dell’Avv.to Pierluigi Armagno, di Franco Iacobbucci e Tiziana De Santis; ci scusiamo se abbiamo dimenticato qualcuno. Veri e propri palatini della tradizione pronti a proteggerla tant’è che hanno fatto si che l’atmosfera fatta di suoni, poesie e soprattutto di dialetto, s’inerpicasse nuovamente fino ai bastioni del Castello Monforte baluardo e difensore contro gli “avatar” che spersonalizzano costantemente l’ex città giardino. Ora però silenzio si va in scena… sigla!!!

Di admin

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2 commenti

  1. Ho partecipato alla commemorazione dei nostri illustri e geniali concittadini (almeno, all’epoca si poteva ancora parlare di estro nostrano…). L’avrei resa un po’ meno prolissa, con interventi più brevi, tuttavia plaudo all’iniziativa. Ora, però, bisogna guardare oltre e far sì che una Campobasso che si sta progressivamente spegnendo torni pian pianino a rifiorire: non solo nella cultura e nell’arte dell’intrattenimento, ma anche nelle attività produttive, che sono legate principalmente alla terra, poi alla piccola manifattura e ad un certo tipo di artigianato. In via Garibaldi ha chiuso, dopo pochi mesi, l’ennesima pizzeria. In via Roma, al posto di un negozio di orologi monomarca, è sorta l’ennesima birreria. Piazza Pepe è costellata di bar offensivi della sua bellezza e del suo retaggio storico, via Ferrari è l’elogio dello scempio. In più, se cerchi un bravo falegname, una termoidraulica, un elettricista, ti devi scervellare. È normale? Guardiamoci in faccia: Campobasso non può vivere di doppioni e triploni della ristorazione piuttosto che dell’abbigliamento o dell’estetica, di servizi erogati male, di liberi pensatori. Una città è viva se ha manifattura, artigianato, sfruttamento intelligente della terra. Rinsaviamoci e abbandoniamo il sovvvertimento di un ordine naturale che non può che portare benefici. Va bene, dunque, il ricordo di chi ha fatto conoscere la città grazie al suo estro, ma rimbocchiamoci le maniche perché, grazie alla sua produttività, il capoluogo esca dalla palude.

  2. Annamaria Palmieri

    Sposo la tesi del signor Magenta. In pieno.

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