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PALAZZO GIL DOVE RIVIVE LA CULTURA DEL VENTENNIO CHE MOLTI RINNEGANO

di Massimo Dalla Torre
Girovagando in cerca d’ispirazione la nostra attenzione è stata attratta dall’ex sede della GIL, un tempo simbolo del fascismo che molti avrebbero voluto abbattere definitivamente perdendo in questo modo un patrimonio culturale e architettonico. Inaugurata nel 1938 grazie alle intuizioni dell’architetto Domenico Filippone, lo stabile fu apprezzato per la chiarezza distributiva e per l’attenzione con cui il progettista aveva risposto all’effettiva consistenza dell’ambiente paesaggistico e architettonico circostante, evitando risoluzioni auliche e altisonanti, così si legge nella biografia del tecnico di origine partenopea che operò a Campobasso. Deturpata nel 1992 dall’abbattimento di alcune parti, la sede della GIL presentava una planimetria a U e si componeva di un corpo centrale a due piani per gli uffici e da due corpi laterali, a un solo livello, comprendenti il teatro e la palestra a completamento e a rafforzarne lo spirito il portico di accesso quest’ultimo ambiente era decorato da affreschi di G.Piccolo, ispirati allo sport e alle attività ginniche, solo in parte salvati. La facciata principale, scandita dal ritmo serrato delle finestre si rivolgeva verso il centro abitato, mentre l’ampio cortile interno si apriva scenograficamente verso la vallata, oggi occupata dai quartieri periferici, dove sorge, ironia della sorte il cuore pulsante della politica Molisana, peccato che è affetta di cardiopatia incurabile sotto tutti i punti di vista. Stabile che, grazie all’ottimo recupero, si può apprezzare in parte in quanto, ha subito, la ristrutturazione che ne ha rivitalizzato senza alternarne la struttura armonizzando le linee, anche se queste, almeno all’esterno sono rimaste intatte. A fare da corollario i ricordi di quelli l’hanno vissuta appieno in quanto per un lungo periodo è stata la sede dell’istituto Professionale per il Commercio Vincenzo Cuoco, o l’ hanno frequentata perché ospitava una delle quattro sale cinematografiche cittadine l’Odeon inaugurato con la proiezione del capolavoro di Kubrick “Spartacus” magistralmente interpretato da Kirk Douglas, Tony Curtis, Lorenz Oliver e Charles Laugthon, cui seguirono altri cine-ciabbattoni come i Sette Gladiatori, Cesare contro i pirati, i Sette di Tebe e il colossal Cleopatra con la coppia Taylor-Burton che, a causa la crisi del cinema degradò con la proiezione di pellicole pornografiche che ne decretarono la chiusura e la morte alla fine degli anni 70/80, pressappoco come quello che viene descritto nel film di Tornatore, Nuovo Cinema Paradiso. Si tratta senza ombra di dubbio di un’opera ricostruttiva imponente che fa si che quello che è un pezzo di storia non andasse nel dimenticatoio visto che la nostra città da qualche tempo ha assunto i connotati di un “clochard” cui tutti tendono a dare una mano offendendolo ancora di più. Constatazioni dettate da un momento in cui si è cercato di dare un segnale positivo da parte di chi l’ha salvata caldeggiandone il recupero per scopi prettamente culturali come del resto è giusto che sia. Un segnale che sicuramente lascia una traccia in quanto, permette di avere in città, un luogo deputato alla cultura, non solo perché in esso è ospitata la Fondazione Cultura ma anche perché si ha a disposizione uno spazio non rabberciato o adattato a secondo le esigenze. Uno spazio dove tutto quello che è frutto dell’estro e dell’ingegno può essere ammirato, ragionato con la consapevolezza che la cultura non ha tempo soprattutto se a fare da guida sono i dettami di un periodo che molti libri di storia stanno rivalutando specialmente ora in cui la confusione regna e dove i valori di un’epoca, checché se ne dica, non trovano più connotazione.

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