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MONET E MANET MAESTRI IMPRESSIONISITI IN ESPOSIZIONE A CAMPOBASSO

di Massimo Dalla Torre

Contravvenendo ai canoni che ci vedono presenti sulle pagine del giornale on line con argomenti che riguardano la politica e altro che, i cosiddetti perbenisti ben pensanti giudicano noiosi ma necessari, aggiungiamo noi, se si vuol rimanere in corsa, visto che il Molise è fuori dai circuiti che contano: vorremo porvi una domanda, forse strana. Una domanda che esula dalle solite che si pongono: cosa rimane del mondo degli impressionisti? Gli esperti e gli appassionati della materia sicuramente risponderebbero molto; poiché i capolavori di questi maestri che operarono e vissero prevalentemente a Parigi a fine ottocento ed inizio novecento si possono ammirare in moltissime gallerie e musei sparsi nel mondo. Quadri, cartelloni, disegni, prove d’autore e specchi che rappresentano uno spaccato di vita non sempre accettabile, visto come fu vissuta che, invece sono la personificazione di un qualcosa che lo stereotipato mondo attuale non accetterebbe, perché non ne consentirebbe la comprensione; eppure c’è ed è ben visibile. Una dimostrazione, in cui, le stranezze sono la prova incontrovertibile che l’essere umano, anche se indigente, e loro lo erano per scelta, è capace di creare dando spazio all’estro anche se questo entra in antitesi con le regole della società. Concretezze giudicate azzardate e alcune volte bislacche per i temi che ritraevano e ti permette di venire in contatto con una realtà in cui molti vorrebbero vivere perché scevra da regole. Concretezze che ti mettono, come se si guardasse in uno specchio, dinanzi all’uomo, non come cosa ma come entità. Un confronto con sé stessi. Un confronto che, nelle riproduzioni dei capolavori di Monet e di Manet, tanto per citare alcuni tra i grandi artisti, si palesa ammirando le 90 copie dei capolavori dei maestri in esposizione alla bibliomediateca di Campobasso. Riproduzioni portate nel Molise dall’Associazione di Molisani residenti in Canada che ha voluto far rivivere la vicenda pittorica di chi ruppe gli schemi dell’arte classica. Un qualcosa che permette di respirare l’aria della stravaganza, che caratterizzò gli ideali con cui il movimento pittorico nacque nella Parigi della “belle époque” e che, nonostante tutto, ci parla ancora. Capolavori in cui l’affastellarsi di colori e sensazioni permette a chi li guarda d’immedesimarsi nell’animo di chi rifiutò una realtà troppo “bacchettona” ma anche corrotta e spregiudicata e preferì rifugiarsi nell’inconsueto e nel proibito come: droga, alcool, bordelli, circhi e bistrò. Mondi da dove presero spunto e nacquero veri e propri spaccati di vita che, per pochi franchi, per un piatto di minestra calda o una tazza di caffè, furono “venduti” a chi aveva capito il significato e l’importanza dell’opera. Mondi in cui i figli giudicati reietti da una società medio-borghese, se non addirittura aristocratica, pur di sfuggire a quello che stava loro più stretto, si rifugiarono protetti da ciò che è ancora simbolo di libertà legata a doppio filo al romanticismo “la Bohème”. Un mondo in cui il consueto dava e dà spazio al desueto. Sensazione che tuttora avvolge e dove, se si chiudono gli occhi, permette di immergersi in una dimensione parallela. Un luogo dove si è fermato il tempo e lo scorrere delle ore, agevola la comprensione di una realtà a sé stante. Ecco perché gli impressionisti “sbatterono la porta in faccia al normale” che, allora come oggi, regola tutto e tutti e condanna a vivere all’insegna degli status symbol cui molti, anzi moltissimi non sanno rinunciare.

 

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