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LA SINISTRA CHE NON C’E’ ED IL PAESE CHE AFFONDA

A sbornia smaltita dell’ubriacatura post-elettorale, ci siamo accorti che mancava una riflessione che desse una lettura originale dell’abbassamento qualitativo che statisticamente oltre che analiticamente si va realizzando nel corpo sociale e, in particolare, in termini appariscenti e drammatici, nel sistema politico, fintanto non abbiamo incrociato una nota scritta del già consigliere regionale di Sinistra, oltre che già esponente del Pci-Pds- Ds, Domenico Di Lisa, personaggio largamente sperimentato in chiave critica e, per questo suo essere per costituzione e vocazione al di fuori dei cori, “Vox clamantis in deserto”. Sarebbe imperdonabile che una testata libera come la Nuova Gazzetta Molisana rimanesse indifferente o, peggio, non riferisse di quella nota le parti salienti, essendo (le parti salienti) un lievito culturale, un considerevole motivo di riflessione, un valido tentativo di correzione della traiettoria fuori bersaglio etico e morale e costituzionale della gran parte, se non la totalità, delle dichiarazioni, delle azioni, delle determinazioni che stanno campeggiando (vessillo leghista al vento) sulla realtà italiana e molisana. Essendo anche provocazione, quindi stimolo al confronto, riteniamo opportuno, come accennato, darne conto, seppure per sintesi e per brani. Scrive Di Lisa: “Da anni faccio fatica a sentirmi parte di questa società che, dopo aver dato il meglio di sé durante la resistenza e nel primo periodo della Repubblica, testimoniato anche dalle conquiste sociali e democratiche ottenute, è andata progressivamente organizzandosi per caste e gruppi di potere economico-finanziari, si è completamente disarticolata, spappolata, senza un denominatore “pubblico” e obiettivi comuni, percorsa da un profondo degrado morale, sempre pronta a dare sostegno e ad alimentare un sistema fatto di piccoli e grandi privilegi di sprechi finalizzati alla creazione e mantenimento del consenso. Una società che in assenza di riferimenti ideali e di guida politica, lentamente, ma gradualmente, ha perso coscienza dei doveri da assolvere e diritti costituzionalmente garantiti da rivendicare, non comprendendo che l’uguaglianza è un valore costituzionale che precede le differenze perché capace di garantire le libertà costituzionali e rimettere in moto il futuro. Cosicché mi sento apolide e ai miei interlocutori, che spesso mi interrogano sul mio disimpegno politico, ripeto che esso è il frutto non solo della estraneità a questa politica ma della sostanziale estraneità a questa società. Fatico a sentirmi italiano. Tralascio per il momento ogni commento sulla politica economica di questa maggioranza che, nel solco di quelle precedenti, non solo non punta a eliminare le cause strutturali che determinano l’abissale disparità nella formazione della ricchezza e neanche lontanamente si pone il problema della sua redistribuzione (una patrimoniale sui grandi patrimoni, lotta vera all’evasione fiscale) per finanziare misure sociali indubbiamente necessarie, se pensate con criterio ed intelligenza e non per acquisire facili consensi. E lo fa, ancora una volta, a debito, scaricandone gli oneri sulle future generazioni che, tra i soggetti deboli, sono quelli più deboli. E non esprimo giudizi sull’opposizione di sinistra (inesistente) ancora nelle mani di coloro (o dei loro cloni) che negli anni, sviluppando politiche sociali ed economiche di destra, ne hanno determinato il disastro e precluso la possibilità stessa oggi, o nel breve-medio termine, di avere titolo a poter parlare, e ancor meno a rappresentare i giovani, gli ultimi, i lavoratori, il ceto medio, per provare a riaprire una prospettiva democratica per il Paese. Mi preme invece soffermarmi sul successivo imbarbarimento della società italiana, che incantata dai nuovi “pifferai magici” – non si rivolgono mai ai “cittadini” ma al “popolo”, confondendolo con la maggioranza, dal quale ritengono di avere avuto una investitura scevra dal rispetto di qualsiasi forma di limitazione – è in preda ad una deriva xenofoba e razzista, che in epoche non lontanissime ha prodotto immani sciagure. Siamo in presenza di una società che invece di indignarsi di fronte ai dati che ci dicono che un manipolo di persone al mondo possiede la ricchezza di oltre tre miliardi di poveri, se la prende proprio con i depredati, i poveri del mondo. Una sorta di sindrome di Stoccolma. Assistere al livore, all’odio montante, all’intolleranza e, sempre più spesso, alla violenza delle istituzioni e delle persone nei confronti dei migranti, mi offende, mi amareggia e mi indigna. Mi offende perché la storia dovrebbe insegnarci che le migrazioni sono una costante del genere umano, e non solo. La nota continua e affronta il tema della “Secessione dei ricchi”. Ossia il tentativo di Lombardia, Veneto e, ahimè, Emilia Romagna di ottenere maggiori poteri e risorse in tutte le materie consentite dall’attuale testo dell’articolo 116 della Costituzione, purtroppo modificato nel 2001, che sta passando, se non con l’esplicita complicità, nel sostanziale silenzio dei meridionali che ancora credono e plaudono all’uomo forte “Salvifico”? Sovranismo di che e di chi? Perfino superfluo ricordare che la “pre intesa”, su questo sciagurato disegno, è stata sottoscritta a febbraio 2018 dai rappresentanti delle tre Regioni e dal sottosegretario agli affari regionali (governo Gentiloni) Gianclaudio Bressa. E finisce con un appello: “Abbiamo l’obbligo e la necessità di superare la passività con la quale quel che rimane del popolo di sinistra e di centrosinistra assiste inerme ed inerte alla distruzione della più nobile tradizione politica italiana, costruita con le lotte ed il sangue di milioni di persone per ottenere una società più equa, più libera, più democratica, più inclusiva”. Materia per chi ama riflettere e discutere.

Dardo

Di admin

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