Il referendum sulla Giustizia non si riduca a un derby
Il prossimo referendum sulla giustizia rischia di trasformarsi nell’ennesimo capitolo di uno scontro trentennale tra politica e magistratura. Un derby ideologico che semplifica, divide e confonde. Eppure evitarlo è possibile, se si torna all’essenziale: il contenuto del quesito. Non ci verrà chiesto di schierarci con i politici o con i giudici, ma di decidere se cambiare (Sì) o conservare (No) un equilibrio istituzionale che i padri costituenti raggiunsero dopo un confronto lungo e approfondito, bilanciando esigenze diverse e talvolta opposte.
Il vero nodo del referendum: il CSM
Benché il dibattito pubblico si concentri spesso sulla separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici, il cuore del referendum è il Consiglio superiore della magistratura. Dopo la riforma Cartabia, la separazione di fatto esiste già: meno dell’1% dei circa 9.000 magistrati passa da pm a giudice o viceversa. Per eliminare anche questa minima percentuale sarebbe stata sufficiente una legge ordinaria.
La scelta di intervenire con una legge costituzionale, invece, punta a ridisegnare il CSM: due consigli separati (per giudici e pm), un’Alta Corte disciplinare, membri sorteggiati anziché eletti, un rafforzamento del profilo accusatorio dei pm. È una svolta profonda nel rapporto tra politica e magistratura, ma non necessariamente la soluzione definitiva del conflitto. Per superarlo davvero, occorrerebbe ritrovare quello che i costituenti chiamavano un “compromesso non deteriore”, cioè un equilibrio alto, condiviso e costituzionale.
Dalla Prima Repubblica a oggi: una frattura non solo politica
Le forze politiche attuali sono, per ragioni diverse, eredi della spinta destruens dei primi anni Novanta. L’inchiesta Mani pulite contribuì in modo decisivo a spazzare via i partiti nati con la fine del fascismo e l’avvento della democrazia, favorendo soggetti politici nuovi o fino ad allora marginali. Quella frattura, però, non riguardò solo il sistema dei partiti: investì anche il rapporto con la Costituzione italiana.
Come osservò Pietro Scoppola, il cambiamento avvenne “non con il bisturi ma con l’accetta”. Insieme ai partiti della Prima Repubblica venne travolta anche la costituzione materiale: quell’insieme di prassi, equilibri e sensibilità condivise che avevano tenuto insieme maggioranza e opposizione nel solco costituzionale.
Costituzione scritta e costituzione vissuta
Nel suo discorso di fine anno, il Presidente Sergio Mattarella ha ricordato come la Repubblica e la Costituzione abbiano ispirato e guidato il Paese per decenni. La Carta scritta ha continuato a difendere la democrazia italiana, ma la politica, negli ultimi anni, sembra essersi allontanata dalla sua forza propulsiva. Alcuni partiti, nati o legittimati dalla frattura dei primi anni Novanta, appaiono oggi intenzionati a completare quell’opera, mettendo in discussione anche pilastri della Costituzione scritta.
Indipendenza della magistratura e sovranità popolare
A pagarne il prezzo è soprattutto il CSM, modellato dal patto costituente. L’Assemblea costituente dovette prima di tutto reagire alle distorsioni del fascismo, che aveva annullato l’autonomia dei giudici, sottomettendoli all’esecutivo e privando i cittadini di una tutela effettiva dei diritti. Da qui la scelta di garantire indipendenza e autonomia, assoggettando i magistrati solo alla legge.
Oggi il fascismo storico è lontano, ma riaffiorano spinte che mettono in discussione quell’indipendenza. Come ha ricordato Fabio Pinelli, citando Montesquieu, a ogni avanzamento di un potere corrisponde l’arretramento di un altro: una tendenza globale verso la verticalizzazione e il primato dell’esecutivo.
Un equilibrio da non smontare con leggerezza
I costituenti, però, non temevano solo l’ingerenza dell’esecutivo: avevano paura anche di una magistratura chiusa e autoreferenziale. Come spiegò Meuccio Ruini, era necessario che su di essa agisse la sovranità popolare, non il governo. Da qui il compromesso del CSM: metà membri magistrati eletti dai loro pari, metà laici eletti dal Parlamento; presidenza affidata al Capo dello Stato; vicepresidente di nomina politica.
Una scelta ponderata, lungimirante, costruita per durare. Prima di smontarla, conviene chiedersi se il referendum debba davvero essere un derby o, piuttosto, l’occasione per tornare allo spirito della Costituzione e alla saggezza di chi l’ha scritta.

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