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Il futuro di Campobasso è nella capacità di farsi valere. Gravina e la D’Alessandro saranno in grado di muovere le acque stagnati dell’economia cittadina e scuotere la Regione?

Campobasso, dopo essere stata resa un ammasso edilizio la cui gran parte è costituita da abitazioni meritevoli di abbattimento e ricostruzione per rigenerarsi sotto l’aspetto estetico, della sicurezza sismica e del contenimento energetico, per sperare almeno in un accenno di rinascita, il sindaco che uscirà vincente dal ballottaggio del 9 giugno, dovrà ancorarsi alla convinzione di dover necessariamente e obbligatoriamente essere un serio, fermo e tetragono interlocutore della Regione Molise: l’ente che detiene la possibilità di esplicare un ventaglio di provvedimenti e di leggi (statali ed europee) attraverso cui attingere risorse e regolamentare una nuova stagione di sviluppo. Perché la città non muoia, e con essa non muoiano le attività economiche e produttive, non muoiano le relazioni sociali e non scenda ancora di livello l’attività culturale, sarà il caso che il nuovo sindaco si convinca che solo il lavoro può determinare ciò che viene auspicato, cioè la rivitalizzazione della città, un nuovo dinamismo, un nuovo fermento creativo e attuativo. Per come il sistema socio/economico ha preso forma e sostanza, riattivando il lavoro nella sua molteplicità d’espressione sarà possibile produrre crescita e sviluppo, razionalità e modernizzazione, soprattutto reperendolo nella ripresa dell’edilizia, a cominciare dalla realizzazione della sede regionale. Ma non l’edilizia autarchica e speculativa di cui Campobasso, con l’uso e l’abuso della legge regionale 30 (Piano Casa) e la costante deregolamentazione della materia in quanto lasciata al libero arbitrio, alle convenienze degli speculatori, alle furbizie dei progettisti e alla magnanimità concessoria degli amministratori, ha subito la maggiore distorsione estetica e funzionale, e un alto livello di invivibilità. Quello è il male da abbattere. La Regione Molise, con cui il nuovo sindaco dovrebbe interloquire con autorevolezza e determinazione che gli verrebbero dall’essere il sindaco del capoluogo del Molise e del ruolo direzionale della città, incredibile, ma vero, non ha una legge urbanistica e da due anni omette di assumere e di legiferare (stante una legge dello Stato) il regolamento unico dell’edilizia: lo strumento tecnico a valere per tutti, per creare una uniformità interpretativa e una uniformità attuativa che, attutendo cavilli e motivi di cause e ricorsi amministrativi, porterebbero grossi vantaggi a tutto il sistema edilizio con l’aggiunta del contenimento energetico e della sicurezza sismica. La Regione Molise finora non ha avuto la capacità di comprendere e attuare i meccanismi della programmazione territoriale e della rigenerazione urbana. Ha fatto di peggio. Non ha reso, e continua a non renderli cose fatte. Colpa ancora più grave si riscontra nella mancata relazione e sintonia coi provvedimenti di legge e normative europee e statali. Ad esempio, non ha alcuna confidenza col Decreto governativo per la crescita e, in particolare, non ha preso alcuna iniziativa sui bonus fiscali sulla casa, pur essendo il 2019 essere stato dichiarato l’anno dei bonus fiscali che, per chi non ne fosse a conoscenza, consentono di aumentare il valore di mercato delle abitazioni, di diminuire le spese legate al consumo energetico e di abbattere il rischio sismico oltre che renderle più confortevoli ed esteticamente migliori. Con la Regione, e nella Regione, siamo immersi in un sistema routinario di basso profilo, parametrato essenzialmente sui principi della utilità politica e personale degli amministratori e, per caduta, su quella degli apparati interni e dirigenziali. Né la rete dei comuni e degli ordini professionali si mostra capace di muovere le acque stagnanti. Conforta, invece, che non appena si aprono spiragli per un libero dibattito o un confronto, come è accaduto nel corso della campagna elettorale e nel post elezione su alcune reti televisive locali, spuntino liberi professionisti e liberi pensatori a dare conforto alla speranza di un futuro prossimo venturo in cui siano quelle intelligenze ad infiltrarsi e a irrorare il cervello astenico degli amministratori pubblici, sempreché quest’ultimi abbiano l’umiltà per aggregarli e farsi dare una mano. Andando al dunque: Gravina e la D’Alessandro saranno in grado di esercitare questo stratagemma per compensare loro eventuali carenze conoscitive, muovere le acque stagnati e scuotere la Regione? Saranno sufficientemente autonomi e puntuti per affrontare una interlocuzione affatto semplice? Saranno responsabili al punto da mettersi in discussione qualora si accorgano di non essere sufficientemente autorevoli e capaci?

Di admin

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Un Commento

  1. Maria Rita Belloi

    Ma se uno pensa alle unioni omosessuali e l’altra non sembra di destra, di che cosa stiamo parlando?

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