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Elezioni amministrative a Campobasso. Dalle liste, fuori i migliori e dentro il gregariato politico e clientelare

Molti amministratori comunali che hanno dato qualcosa di concreto alla città con la loro presenza e la loro azione politica e amministrativa a Palazzo san Giorgio, hanno deciso di non ricandidarsi, ovvero di scendere dalla giostra impazzita in cui si va risolvendo di giorno in giorno la politica molisana annoverando questioncelle da ballatoio, battibecchi insulsi, migrazioni da partiti, approdi in altri partiti, fregole e pruriti di notorietà (personali) come elementi qualitativi della nuova stagione politica alla Regione Molise e nelle prossime elezioni comunali, tra cui Campobasso e Termoli come punte di eccellenza. Crediamo che coloro che hanno rinunciato (non è il caso di Francesco Pilone ch’è stato killerato) lo abbiano fatto per essersi resi conto che il gioco non valeva più la candela. Tra i tanti che hanno voltato le spalle alla politica attiva deliberatamente, scegliamo il consigliere dell’Udc Michele Ambrosio come paradigma per essere stato per diversi lustri una costante voce critica e analitica all’interno del gruppo di maggioranza (quando ha vinto) e nel  gruppo di opposizione (quando ha perso), tracciando un percorso di coerenza difficilmente rintracciabile in altri percorsi critici e analistici che pure ci sono stati ma non con l’intensità e la perseveranza con cui Ambrosio ha scoperchiato le malefatte perché il cittadino potesse avere della vita amministrativa comunale una rappresentazione completa. Non potendo andare oltre le critiche, i suggerimenti, le correzioni in corso d’opera, il consigliere Ambrosio ha scelto di dedicare la maggior parte del suo impegno ai problemi sociali e culturali, alla necessità di rendere il rapporto coi cittadini una sorta di dialogo e di confronto permanenti poi tradotto in atti amministrativi che hanno riguardato la cura e l’attenzione verso provvedimenti a forte connotazione sociale, come abbiamo già detto. Ad esempio, aver preteso che Campobasso avesse una toponomastica riconoscibile e riconducibile alle titolazioni di forte impatto storico e anche emotivo (l’obbligo di aprire le sedute consiliari con l’Inno di Mameli, la titolazione di alcune piazze cittadine a personaggi emblematici come Piersanti Mattarella ucciso dalla mafia siciliana, l’intitolazione  di un parco alla celebrazione della Festa della donna – 8 marzo), sono alcuni esempi di una interpretazione del mandato popolare  avendo a base il primato dell’affermazione del valore morale della politica come servizio. Significativa anche l’adozione  del regolamento per la partecipazione del popolo alla vita amministrativa  tramite la presentazione di istanze, proposte e petizioni, e il referendum cittadino e la trasparenza amministrativa attraverso il bilancio  sociale inteso come strumento per la conoscenza e la comprensione dell’attività politica e amministrativa comunale e la rendicontazione delle risorse finanziarie utilizzate. Ma più che andare nel dettaglio delle tante altre attività connotate dall’impegno morale e sociale del consigliere (l’istituzione della consulta dei migranti,  il codice etico degli eletti, la lotta alle dipendenze patologiche nell’agenda del consiglio comunale, il regolamento per la valorizzazione dell’arte e degli artistici di strada), l’occasione è propizia per dire che non tutto è stato ammasso, poltiglia, commistione d’interessi, di poteri, di vantaggi a Palazzo san Giorgio espressi nella caotica attività urbanistica, nel famigerato “Piano casa” che ha consentito di trasformare piccoli volumi edilizi in mega volumi di chiara speculazione, nell’assenza di un piano commerciale a tutto vantaggio della grande distribuzione e  a  danno della piccola impresa familiare, del negozio di quartiere, oppure nel mantenimento in essere delle concessioni esterne quali quella relativa alla pubblicità con un corredo di aggiustamenti, adattamenti, soluzioni che ne fanno un esempio di come sia possibile avvalersi di una gara d’appalto a tempo determinato e proseguire ad libitum. Questo vale anche per il Trasporto urbano, per la rete elettrica, per la depurazione, per i parcheggi a pagamento. Consiglieri come Ambrosio hanno attutito, ammortizzato l’impatto speculativo che ha fatto di Campobasso una città senza regole, senza ordine, senza trasparenza, senza prospettive chiare e perseguibili. Da qui la decisione di uscire dal falansterio comunale dando conto del proprio operato come debito da saldare alla fiducia ricevuta attraverso le urne. Fuori i migliori (in gran parte) e dentro i neofiti, gli acchiappa voti, il gregariato politico e clientelare per una amministrazione che in extremis ha registrato una lista civica estranea ai partiti, quindi espressione diretta della società civile, e due donne candidate a sedere sullo scranno del sindaco. Perché non tutto sia perduto.

Dardo

 

Di admin

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