Home / Politica / Carenza di autorevolezza e sudditanza politica. Nessuno dei candidati sindaco a Campobasso se l’è sentita di mettere sul banco degli imputati la Regione per lo stato di degrado e di abbandono del capoluogo

Carenza di autorevolezza e sudditanza politica. Nessuno dei candidati sindaco a Campobasso se l’è sentita di mettere sul banco degli imputati la Regione per lo stato di degrado e di abbandono del capoluogo

Predisponiamoci al peggio, noi campobassani. La campagna elettorale per il rinnovo del consiglio comunale e la elezione diretta del sindaco, è una spia significativa di quanto basso sia il profilo politico della competizione e di quanto evanescente, fumoso, inconsistente sia il contenuto programmatico che accompagna la candidatura dei cinque in lizza (Paola Liberanome, Maria Domenica D’Alessandro, Antonio Battista, Roberto Gravina e Orlando Iannotti). In giro si sentono solo banalità e la ritualità, anche di vecchio stampo (tipo la presentazione delle liste e le interviste a ricalco ai microfoni del servizio pubblico e delle reti private) confermano che non c’è niente di nuovo per sperare in un cambiamento, in un miglioramento, in una diversità di fare e di dire. La piattezza è il denominatore comune di questa tornata amministrativa che, come dicevamo, invita a predisporci al peggio, chiunque dovesse prevalere. Perché chiunque dei cinque candidati  non ha espresso alcuna idea organica della città né della sua funzione e della sua destinazione nella realtà molisana. Sono espressione e interpreti di un capoluogo di regione fittizio, precario in tutte le sue componenti (sociali, economiche e culturali), ripiegato su se stesso e su una quotidianità fatta di niente: grigia l’esistenza, deprimenti le attività economiche e commerciali, caotica la mobilità, vuota l’attività istituzionale, ordinaria l’attività culturale (nonostante l’università) avvilita dalla persistente chiusura della Biblioteca “Albino”, e dalla autoreferenziale attività della Fondazione Molise cultura. Nessuno dei cinque candidati  che abbia deciso di intraprendere con determinazione, fino all’ipotesi di uno scontro istituzionale, oltre che politico e amministrativo, con la Regione Molise che da quando, nel 1963, ha preso forma, ha riversato su Campobasso tutte le sue negatività di Ente verticistico e farraginoso, impedendo al capoluogo il diritto a essere il centro  direzionale del Molise, ancorché dotato degli strumenti operativi per restituire alla propria direzionalità la dignità necessaria per essere tale. Ovvero, una città  saldamente collegata al territorio attraverso una viabilità gerarchicamente definita (strade a scorrimento veloce, strade statali, provinciali e comunali pienamente efficienti e sicure); una sede regionale unica per eliminare la diaspora degli assessorati  e degli uffici disseminati nell’area urbana; un rapporto permanente improntato all’assecondamento delle dinamiche  sociali ( cioè il modo di pensare, la mentalità dominante della società campobassana, e la qualità dei rapporti tra gli individui e le classi sociali), delle problematiche economiche (come rimettere in circolo, ad esempio, le strutture della cittadella dell’economia di Selva Piana), delle necessità sanitarie e assistenziali (pretendendo la prevalenza del Cardarelli e la sua interazione con la Cattolica su livelli alti e non miserevoli come lo sono adesso, magari pensando alla istituzione di un Policlinico come suggerirebbe l’esistenza della Facoltà di medicina); un piano regolatore che concepisca lo sviluppo territoriale in chiave non più campanilistica ma di area vasta; il recupero edilizio e non più il consumo del territorio e nuove colate di cemento; una ordinaria amministrazione interamente dedicata al decoro urbano, al verde, all’esercizio ludico e del tempo libero dei bambini, dei giovani e della terza età. Dei cinque candidati nessuno, per una ragione o per l’altra (compresa la carenza di autorevolezza e la sudditanza politica ai capibastone della Regione) ha detto di essere intenzionato a sollevare una questione relazionale con gli inquilini dei Palazzi Vitale e D’Aimmo; a chiedere ciò che le spetta come capoluogo e centro direzionale; a pretendere un piano programmatico e finanziario straordinario di sostegno al rilancio strutturale della città, quale risarcimento dei danni diretti (l’assenza di una sede unica) e indiretti (l’aumento demografico giornaliero) procurati dal difetto di strutture d’accoglienza e di servizi.  Tutti i candidati (purtroppo, compreso Gravina dei 5 Stelle, la civica Liberanome e il forconista Iannotti) hanno glissato il doveroso e necessario contenzioso con la Regione, preferendo rimanere nell’ambito localistico a rimestare vecchi slogan, vecchi propositi, vecchi obiettivi.

Dardo

Di admin

Potrebbe Interessarti

Provinciali Isernia, il Pd appoggia il candidato di Michele Iorio?

Domenica 25 agosto 2019 si terranno le elezioni per il rinnovo del Presidente della Provincia …

Un Commento

  1. Carlotta Scognamiglio

    L’ho scritto in questa sede a proposito di una preventiva esaltazione di figure femminili, sulla carta “nuove”, che ambiscono alla poltrona di sindaco: il problema di questa città è culturale! Finché non si percepirà che lo stato del capoluogo è comatoso sotto qualunque prospettiva si decida di osservarlo, non si attueranno neanche quei programmi di risanamento volti ad arginare questa deriva. Se io, cittadino piuttosto che candidato sindaco o consigliere, non percepisco che l’edilizia sviluppatasi nel capoluogo dagli anni ’80 in poi è obbrobriosa, se non capisco che villa Musenga si è ridotta a un colabrodo, se non mi rendo conto che abbiamo marciapiedi da quarto mondo, se non mi do’ contezza del fatto che abbiamo una piscina comunale che è diventata il simbolo dell’inconcludenza cittadina, come posso pretendere che questo piccolo capoluogo cambi? Con la bacchetta della fata Turchina?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *