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Campobasso città vassallaI candidati li scelgono aRoma oppure Niro, Cotugno, Toma, Di Sandro, Aida Romagnuolo e Filomena Calenda

Decadenza e scorno per Campobasso, presunto e sempre più mortificato capoluogo regionale. Ciò che sta capitando se l’è procurato con decenni di amministrazione povera d’idee, di uomini di governo, di progettualità, di dignità, di coscienza civile, di cultura politica intesa come espressione della propria storia, della propria destinazione amministrativa, della propria capacità  di essere e di porsi alla guida della regione (e della Regione) traendo dal proprio seno il personale necessario che la salvaguardasse, la valorizzasse, la imponesse, la esaltasse. Niente di tutto questo: portata al servilismo, alla sottomissione, alla prevaricazione, alla mortificazione, lasciata in balia degli eventi, delle circostanze e delle convenienze altrui di carattere politico, economico, dei servizi sociali, delle strutture. L’escalation è stata inarrestabile da quando la politica molisana ha fatto di Campobasso un vassallo; il bacino elettorale più denso e cospicuo parcellizzato ai vari campanili e alla varie comunità che nel corso  dei decenni, dal dopoguerra ad oggi, l’hanno popolata senza mai assorbirne il carattere, la cultura, le tradizioni, le vocazioni. Un crogiuolo di isole alloglotte. Inarrestabile, da quando il destino amministrativo gli è sfuggito di mano, anzi peggio, da quando  lo ha ceduto per un pugno di fave ai vari potentati che via via sono emersi, sia economici che politici, da ogni dove del territorio: Isernia (D’Uva, Santoro, Veneziale), Venafro (Nola G., Testa, Patriciello, Cotugno, Pietracupa), Termoli (Sciarretta, D’Aimmo, La Penna, Di Giandomenico), Agnone (Vecchiarelli, Sammartino, Marinelli), Riccia (Sedati, Magnifico, Reale, Fanelli), Larino (Magliano), finanche Trivento (Molinaro). Una lettura sommaria dei decenni trascorsi fornisce sufficienti elementi di valutazione: a cominciare dalla presidenza dell’unica Provincia

(fin quando lo è stata), per finire alla Regione, agli onorevoli, ai senatori, ai vertici presidenziali (tranne rarissime e transitorie eccezioni) tutta gente estranea alla città, da costoro considerata una semplice appendice territoriale, una entità numerica maggiore delle altre, una  sorta di pattumiera (arrivarci, viverci il tempo necessario, fare i propri comodi e gli affari, esercitare il proprio potere, liberarsi delle scorie fisiche e mentali, e andare via). La scelta delle candidature per l’elezione del sindaco e del consiglio nell’anno di (dis)grazia 2019 è il capolinea di questa vicenda campobassana; l’acme, il punto più alto della degradazione politica e della mortificazione sociale e culturale. Da alcuni mesi siamo in una temperie politica, e assistiamo al “cuci e scuci” delle ipotesi di candidature  nessuna delle quali autenticamente autoctona ma tutte interdipendenti e manifestazione d’interessi e particolarismi di personaggi in sedicesimo e sedicenti leader (spesso di se stessi).  Il candidato del centrodestra (Tramontano) lo hanno scelto a Roma gli uomini della Lega, di Forza Italia e di Fratelli d’Italia perché fosse espressione della Lega (più vassallaggio di così si muore). Ma lo contestano, perché il candidato sindaco del centrodestra l’avrebbero voluto indicarlo loro (e lo indicheranno, in opposizione e in alternativa alla scelta di  Salvini, di Meloni e di Berlusconi), Vincenzo Niro, Vincenzo Cotugno, Filoteo Di Sandro, Donato Toma,  Aida Romagnuolo, Filomena Calenda, estranei alla vita della città, ospiti politici e non sempre graditi, ma depositari di un potere di scelta, di indicazione, di decisione che si sono attribuiti in virtù del fatto che sono stati votati (dalle varie colonie politiche di Campobasso) e che pertanto del loro potere hanno disposto, e possono disporre, del sindaco, dei consiglieri, delle maggioranze. La longa mano di questi “signorotti” del voto (clientelare, ché di idealità, ideologismo sono ai verbi difettivi), incombe, condiziona, sceglie e decide avendo nell’assemblea municipale di Palazzo San Giorgio i rispettivi emissari. Ubbidienti. Consapevoli di essere dipedenti e, come tali, servizievoli e accomodanti. Il centro sinistra, almeno per il Pd che continua ad esserene il perno, ha scelto di nuovo Antonio Battista su indicazione del signor Facciolla da San Martino in Pensilis, che si fregia di essere il segretario regionale del partito. Dopo non pochi tentennamenti e compromessi. Dopo essersi reso conto che le riserve politiche e umane nel partito si sono ridotte al lumicino. Meglio puntare sull’usato sicuro. Le liste civiche hanno dapprima aderito ai tavoli e al gioco sporco del partitismo, quindi tentano di farsi valere con una donna: Liberanome. Che, oltre il nome, si spera liberi anche la città dal servaggio. Frattanto Campobasso, inerte, continua a guardare.

Dardo

 

 

 

 

 

 

 

Di admin

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