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Battista, D’Alessandro e Gravina. Campobasso ha poco da scegliere. Preoccupante segnale di impoverimento culturale

Vigila elettorale a Campobasso: sublimazione dell’imponderabile, ossia della impossibilità di definire i candidati a sindaco per mancanza di elementi analizzabili  quantitativamente e qualitativamente. Li hanno calati dall’alto coloro che presumono che possono schivare impunemente i processi di democrazia e di partecipazione in ciò delegati dalla acquisita (elettoralmente) condizione di ras di quartiere, signorotti di paese, plenipotenziari di poteri non sempre traducibili interamente alla luce del sole. Li hanno calati dall’alto dopo una lunga gestazione di amenità dialettiche, di proposizioni suppostamente politiche, di camuffamenti personali e partitici. Una sagra paesana mai prima rappresentata con così ampia dimostrazione di arroganza. Per dire, Antonio Battista  lo ha calato il segretario regionale del Pd, Vittorino Facciolla, imponendolo ai partner tradizionali di sinistra dopo averlo largamente depotenziato mediaticamente e amministrativamente cercando un’alternativa alla sua riconferma che però non c’è stata, per la pochezza di materiale umano che filtra dalle sacrestie di sinistra imbottite da transfughi provenienti da destra e impoverita da transfughi di sinistra passati a destra: vasi comunicanti della degenerazione morale della politica e, di riflesso, della platea elettorale che, inebetita, sta  al gioco delle parti. Alla povertà di atti amministrativi concludenti, di progetti di crescita sociale ed economica, d’investimenti infrastrutturali, di prospettive per il futuro sul piano dell’occupazione il sindaco Battista ha scelto di opporre il più becero e usurato strumentalismo dandosi alla bitumazione delle strade (quelle in cui abitano i clientes), allo sfalciamento delle erbacce, alla infissione di qualche palo della luce, al rifacimento di tratti di marciapiedi, e ad altre piccole regalie elettorali. Specchietto per le allodole. Allarmante segnale di debolezza e di precarietà. Il centrodestra “storico” molisano (Forza Italia, Fratelli d’Italia, Udc ed ex Udr) s’è piegato, prono, salvo qualche flebile lamento, al partito ultimo arrivato dalle nostre parti, la Lega, prontamente ammantata di condoni politici e morali e fatta subito padrona al punto da poter imporre in prima battuta Alberto Tramontano e, in seconda, un avvocato di Torella del Sannio,  Maria Domenica D’Alessandro sconosciuta ai più, ma non alle segrete stanze leghiste, quantunque sia un’acquisita dell’ultima ora. Campobasso intesa come comunità evidentemente difetta di personaggi eloquenti, costretta pertanto ad andare in prestito nei dintorni. Preoccupante segnale di impoverimento culturale, il che favorirà enormemente la deglutizione dei diktat che verranno dall’esterno dai poteri economici e finanziari, dalle lobbies professionali, dalla rete delle convenienze e dei comparaggi non estranee certo alla pantomima delle candidature (volenti o nolenti hanno deciso, forse su lo imbeccata, i partiti). Dissidenze non sono mancate e nemmeno mancheranno i risentimenti di coloro che avrebbero voluto una concertazione alla luce del sole, un raffronto aperto, un coordinamento autorevole e una soluzione condivisa. Pensiamo al presidente dell’Acem Corrado Di Niro che aveva dato la disponibilità ad essere della partita e al consigliere Francesco Pilone che ancora una volta ha dovuto fare buon viso a cattivo gioco, subendo anche la fuga della sodale consigliera Cancellario a Forza Italia ( ubi maior minor cessat). Pensiamo alle liste civiche che hanno professato amore per la città, disponibilità, dedizione e sono state retrocesse in seconda fila, sebbene rassicurate di un qualche riconoscimento. Diciamolo, l’impasto politico delle coalizioni è magmatico non selettivo. E contro l’impasto magmatico delle coalizioni si sono eretti da subito gli uomini e le donne dei 5 Stelle indicando il capogruppo a Palazzo san Giorgio, Gravina, tirando dritto per la loro strada che non prevede accordi, pastette, compromissioni ma linearità verso il cambiamento dei metodi amministrativi e programmatici potendo dimostrare di essere stati onesti e determinati nello svolgere opposizione a una maggioranza dislessica, rissosa, e sfilacciata. Uno spezzone d’intransigenza nel corso di cinque anni di verbosa e inconcludente amministrazione. Non hanno offerte accattivanti per conquistare simpatia, ma trasparenza e rigore. Sono come sono, e come tali vanno presi o lasciati. Comunque, un esempio di diversità nel falansterio dell’omogeneità al ribasso, al compromesso, alle intese e  ai sottintesi. Battista, D’Alessandro e Gravina. Campobasso ha poco altro da scegliere. Anche nel novero delle liste civiche.

Dardo

 

Di admin

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