Home / Politica / A margine del crollo del capannone di Via Gazzani mille problemi. (A volte la natura è più equa degli uomini e delle regole che gli uomini si danno per disciplinare i beni materiali e immateriali, le proprietà, e  l’uso che se ne può fare)

A margine del crollo del capannone di Via Gazzani mille problemi. (A volte la natura è più equa degli uomini e delle regole che gli uomini si danno per disciplinare i beni materiali e immateriali, le proprietà, e  l’uso che se ne può fare)

Il capannone industriale in Via Gazzani crollato, è patrimonio edilizio privato sottoposto a vincolo da parte della Soprintendenza ai beni culturali del Molise. Sull’apposizione del vincolo e sulle conseguenze che esso determina impedendone, di fatto, un uso libero e totale, si potrebbe scrivere un libro. Sta di fatto che quel capannone realizzato nel 1939 avrebbe caratteristiche costruttive e architettoniche, ancorché vetusto di oltre 50 anni, di rilevante interesse culturale. Da qui il vincolo, e da qui l’impedimento a dargli un uso ad esso vincolo compatibile. Pare si sarebbe dovuto insediare un supermercato ma il vincolo avrebbe fatto da ostacolo e, quindi, per l’ennesima volta, quel patrimonio edilizio era stato “condannato” a rimanere una “testimonianza” e non un possibile “cespite” economico. A volte però la natura è più equa degli uomini e delle regole che gli uomini si danno per disciplinare i beni (materiali e immateriali), le proprietà, e  l’uso che se ne può fare. Il crollo, ancora da valutare nella sua reale portata e pericolosità, potrebbe determinare la necessità che ciò ch’è rimasto in piedi debba essere abbattuto, il che risolverebbe d’amblée la faccenda, togliendola al giudizio pendente al Tar e alle successive fasi amministrative. Con l’abbattimento, se si dovesse rendere necessario, l’area ora occupata dal capannone sarebbe resa libera e, quindi edificabile, aggiungendo alle norme urbanistiche vigenti, i benefici volumetrici previsti dal cosiddetto Piano Casa che la Regione Molise ha reso uno strumento premiale e permissivo permanente, a dispetto del fatto che fosse stato concepito (dal Governo Berlusconi) come misura eccezionale e temporanea. A Campobasso, grazie al Piano Casa, a catapecchie abbattute, corrispondono palazzi a più piani. Tra gli applausi degli speculatori edilizi e la programmata compiacenza degli amministratori di Palazzo san Giorgio (finti) ignari del maggior carico demografico ch’è s’è venuto a determinare e dell’abbassamento del livello dei servizi comuni. Pertanto, qualora sarà necessario l’abbattimento, e il proprietario vorrà, egli potrà lasciare  quell’area libera, ancorché sanificata dai materiali di risulta, oppure costruirci sopra ciò e quanto gli consentono le norme urbanistiche e del Prg, e quelle aggiuntive del Piano Casa. A ben riflettere, se non gli fosse venuto in soccorso il crollo causato probabilmente dal persistere del maltempo e dalla vetustà dell’edificio, del capannone di Via Gazzani ai campobassani sarebbe rimasta perenne l’immagine di una struttura che la Soprintendenza aveva ritenuto degna di essere vincolata, e l’assuefazione a vederla man mano deperire, minata dal tempo e dall’incuria. Il crollo, per come è stato gestito nell’immediato, e viene gestito tutt’ora, ha messo a nudo la totale assenza di soluzioni idonee a rendere razionale il traffico e la mobilità (anche quella pedonale). Ha denudato impietosamente la carenza di professionalità nei settori comunali responsabili della gestione del traffico e della viabilità, che ha dato luogo a soluzioni estemporanee, improvvisate, irrazionali, capotiche, accompagnate dall’ulteriore incomprensibile, ingiustificabile carenza di segnaletica, costringendo gli automobilisti a cercarsi da soli, secondo le proprie conoscenze topografiche della città, alternative alla chiusura dell’arteria d’ingresso alla città (lato Porta Napoli) e di Via Gazzani.  Non vogliamo pensare nemmeno per un momento alla disperazione degli eventuali automobilisti forestieri capitati in quel caos e nella impossibilità di avere un suggerimento, un’assistenza, una indicazione per uscirne. Questa deprecata circostanza dovrebbe quantomeno servire a chi di dovere a rilevare sistematicamente i manufatti pubblici e privati che, privi di manutenzione, e fuori uso, sono esposti all’insulto del tempo e si propongono come possibili pericoli per l’incolumità pubblica. Campobasso, come viene fuori dai fatti e dagli eventi, è una città ormai senza testa e senza futuro.

Dardo

 

 

 

 

Di admin

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3 commenti

  1. pasquale sardella

    il vincolo, ex legge 1089/39 è un atto amministrativo che viene imposto bal mibac su proposta della locale sopr.teoricamente doveva servire a “tutelare,conservare,valorizzare” il manufatto,perchè come si diceva una volta è “monumento nazionale”formalmente riconosciuto.il degrado è la decadenza,per non dire altro investe si il comune e il suo apparto,ma in primis la sopr e il ministero.il crollo è un fatto emblematico e il rimedio,deviazione del traffico,attestano della irreversibile decadenza di un’intera comunità

  2. Se veramente il manufatto poteva essere testimonianza di “archeologia industriale” il comune avrebbe potuto (e dovuto?)fare i passi necessari per acquisirlo in proprio e riconvertirlo, dopo il dovuto restauro per stabilirne una utilità pubblica çome centro mostre o di aggregazione sociale. Ora tutto ciò è decaduto perciò via alle ipotesi di utilizzo del suolo.

  3. Eleonora Marcolini

    Ma a Campobasso si discute sempre dell’aria fritta?? Archeologia industriale quella? Recatevi a Milano in zona Niguarda- Fulvio Testi, come anche in zona Bicocca, e vedrete mirabili esempi di architettura industriale degna di recupero! Finiamola di parlare del nulla in questa città strangolata dall’apatia!

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