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Terza pagina: “L’impero in provincia” di Iovine, per Luigi Russo, era un piccolo “decamerone”

 

di Claudio de Luca

Quando Iovine diede alle stampe (1945) “L’impero in provincia”, prese le mosse dal radicarsi del Fascismo nelle piccole comunità del Basso Molise e ritenne necessario narrare le “recenti sciagure che pesano terribili sulle nostre anime. Come pure i casi più notevoli successi nei nostri luoghi in questi ultimi tempi, perché non vada perduta la memoria degli uomini che l’abitarono. Solo così la sventura ritroverebbe nel tempo le sue ferme radici”.  Questi gli obbiettivi della raccolta che, però, lo scrittore eluse largamente, uscendo fuori dai suoi temi programmatici. In effetti l’opera è ben lontana dall’essere una patetica rievocazione; né potrebbe dirsi che faccia della mera propaganda. Ne convenne anche il critico Luigi Russo quando scrisse che il Guardiese “ha voluto sfuggire alla tentazione della propaganda. Egli vuole essere artista, poeta; ed ogni fine oratorio-politico avrebbe mortificato e depresso la sua più segreta ambizione”. Lo scrittore, che volle legare la sua attività narrativa alla letteratura d’impegno propugnata da Elio Vittorini dalle pagine del “Politecnico”, ritenne di dover trattare anch’egli la palpitante attualità del Fascismo. Ma, agganciandosi ai riflessi provinciali d’un fenomeno politico rilevante nel bene e nel male, venne meno a certi suoi assunti che – quanto meno – avrebbero dovuto lasciare presupporre una serrata e polemica critica storica del Fascismo molisano. Ne è conseguito che, “fotografando” certe situazioni nella loro esteriorità (e dunque in una dimensione più visiva che critica), della sventura che doveva ritrovare nel tempo le sue ferme radici sono rimasti solo i toni paesani e certe figure da macchietta; poi taluni personaggi ridicoli, dogmatici, in posa mussoliniana. Perciò, seguendo la piacevole lettura, ci si dimentica proprio di ciò che – dal suo punto di vista – sarebbe dovuto emergere in primo piano; vale a dire le case distrutte, la gente dispersa, il dramma dei sopravvissuti, “il grido dei morti ed il pianto dei vivi lontani”.

Nel ventennio il regime era riuscito ad attirare tanti uomini di cultura dalla sua parte, spesso costretti dalle circostanze. Perciò, sottolinea Iovine, l’adesione era stata contrassegnata da “passività, debolezza della rinascente ipocrisia e doppiezza gesuitica”. Molti non accettarono di piegarsi, ma dovettero atteggiarsi con prudenza ponendo limiti alla sincerità interna dell’espressione e compromettendo il valore dell’opera. Dopo un intenso travaglio, il Guardiese prese ad avversare il regime per ragioni estetiche e morali; ma, dapprincipio, stando a certi suoi scritti, provò qualche simpatia per il Regime, come la gran parte degli Italiani, naturalmente più diretta a Mussolini che alle idee di cui il Fascismo era portatore (17 marzo 1929:“Le rivoluzioni, da che mondo è mondo, non si sono mai fatte con le chiacchiere, ma coi fatti. Pensiamo per esempio alla rivoluzione fascista. Mussolini l’ha compiuta opponendo legge a legge, ha distrutto, ha trasformato, ma ha riconosciuto e creato. Ha cambiato la faccia dell’Italia”. 21 giugno 1939: Il Fascismo viene definito regime “che ha rinnovato e sta rinnovando il clima storico della Nazione”; che “ha ed avrà la sua arte per generazione spontanea: chi è fascista profondamente farà dell’arte fascista anche senza proporselo; anzi proprio non proponendoselo”. 14 marzo 1937: per quanto riguarda Mussolini, viene esaltata la “molteplicità delle risonanze del suo fascino” mentre si preconizza che “il Duce, potente realtà nella fantasia ingenua del popolo, ha già trovato come i grandi eroi una sua consistenza mitica. C’è una leggenda di Mussolini che ha sfumato i contorni della realtà, che le ha conferito attributi nuovi, che ha creato motti, sentenze, canzoni, immaginarie avventure che sono l’anonimo poema di una vita mirabile”). Così sino al ’37. Dopo, ripensamenti (a cui non furono estranee le condizioni in cui versava il Molise) lo porteranno ad un processo di revisione che capovolgeranno dal bianco al nero le sue convinzioni precedenti. La sua fu la crisi di un’intera generazione di scrittori che, a contatto con la terra d’origine, scoprono verità che la cultura ufficiale tendeva ad ignorare. Di qui l’indirizzo verso una letteratura impegnata, verso letture (quelle dei “meridionalisti”) che gli daranno la formazione e la concezione di una unità di lotta tra quanti credono fermamente in certi valori di libertà.

Di Giuseppe Saluppo

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