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TASSE DI IERI E DI OGGI: VERSATE PER COSA?

DI Claudio de Luca

 

Ricordate? Da Presidente del Consiglio dei Ministri, il bocconiano Monti voleva introdurre non solo una tassa sul rutto quand’anche una sul peto, applicandola alla vendita delle bibite gassate. Ma il provvedimento era “saltato” perché quelle “bottiglie”, agitate un po’ troppo sui “mass media”, erano state vivamente criticate. Il balzello doveva ammontare a tre centesimi per lattina, giustificati dal pretesto della tutela della salute. Insomma, ancora una volta, si mostrava di preferire la tassazione ad ogni altro provvedimento. D’altronde inventare nuove forme impositive, dopo di averle rivestite di nobili motivi, è troppo facile. Purtroppo ogni nuovo tributo si aggiunge ad un carico fiscale che poi – con Renzi – ha raggiunto cifre astronomiche al punto da essere censurato persino dalla Corte dei conti. Non sarebbe stato più opportuno abbattere le spese “obbligatorie” dedicate alla Casta?

Con Monti giungemmo ad inverare quell’entità suprema e perfetta definita “Stato etico”, inteso come l’incarnazione suprema della moralità sociale e del bene comune; quello per cui non è l’individuo a fondare lo Stato bensì quest’ultimo a rifondare l’individuo. E che in questo Paese travagliato ci sia bisogno di una siffatta rifondazione fu creduto soprattutto dai Ministri “tecnici” che – nella loro autoreferenziale competenza e saggezza – mostrarono (?) di volere intervenire per perseguire, con i loro editti, l’obiettivo di fondo di punire il peccato, preferibilmente a suon di tasse e di balzelli, perché – come si sa – in Italia il portafogli è molto più sensibile della coscienza. Ed ecco che, per perseguire questa sorta di redenzione forzata, si sarebbe voluto assumere un provvedimento per educare il popolo a sani e corretti comportamenti. Perciò, il Ministro della Sanità si disse preoccupato per il diffondersi dell’obesità e decise di rendere più oneroso il costo delle bibite zuccherate. Per di più, allarmato dalla notizia che l’aumento dei gas-serra era dovuto in notevole parte alle emissioni gassose rettali umane ed animali, aveva meditato che – almeno per i primi – si poteva rendere meno disinvolto (sempre con un piccolo prelievo fiscale) il consumo delle bibite frizzanti.

Per fortuna non se ne fece alcunché; ma, all’epoca, un’altra stretta fiscale era stata prevista sui superalcolici e sui tabacchi venduti ai minorenni, da tutelare anche dal demone incalzante del gioco. Almeno questo sarebbe potuto essere facilmente ottenibile impedendo l’insediamento di sale di videogiochi ed affini ad una distanza inferiore a 500 metri dalle scuole (comprese le materne), dalle parrocchie e dai luoghi di culto (per non vanificare immediatamente l’opera di elevazione morale dei vari pastori, parroci, imam, rabbini etc.), dai centri sportivi, da quelli giovanili, dalle strutture socio-sanitarie residenziali o semiresidenziali. Ma una volta stabilito di dovere accertare in 500 m. la misura per chi si vuole salvare dalla perdizione, occorre domandarsi perché, nella Provincia autonoma di Bolzano, una identica norma del 2010 aveva già fissato il limite a soli 300 m.           Ma, ancor meglio, sarebbe cosa buona attenuare la morsa della pressione fiscale. Da un punto di vista storico, abbiamo buoni esempi. Per esempio il re dei Sumeri Urukagina di Lagash fu il primo re anti-tributi. Secondo i contenuti di una tavoletta risalente a 4.500 anni fa, scritta in caratteri cuneiformi, “dai battelli allontanò gli ispettori, dagli asini e dalle pecore i sorveglianti. E nella terra di Ningirsu, fino al mare, non vi furono più esattori”. Soltanto molto tempo dopo, la civilissima “Magna Charta” stabilì il principio del “no taxation without representation”, mentre la conquista islamica del Medio Oriente venne agevolata dalle minori imposte previste dal Corano a fronte della prassi opposta, instaurata dall’impero bizantino e dai Sassanidi.

Di Giuseppe Saluppo

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