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UNA SUORA SEPINESE DEL ‘600: RELIGIONE O SESSO? GELOSIE OD ERESIE?

 

di Claudio de Luca

Il prof. Fausto Nicolini è stato uno degli studiosi dedicatosi alla figura di suor Giulia De Marco (Sepino, 1575), che impregnò di sé il XVII secolo. Fu dal docente napoletano (Storia della Chiesa nell’Università di Bologna, Città in cui fu anche Direttore dell’Archivio di Stato negli Anni ’70) che ascoltai, per la prima volta, la vicenda di questa monaca che fece parlare di sé la nobiltà napoletana (e persino il Viceré) per poi finire tra le grìnfie dell’Inquisizione. Su di lei non sono mai venute meno documentate pubblicazioni (Maggi, nel 1655; De Montemayor, nel 1891; Amabile, nel 1892; Spampanato, nel 1926; Benedetto Croce, nel 1953; Sallmann, nel 1984). Sinché, nel 2015, Sebastiano Vassalli le ha dedicato “Io, Partenope“, un romanzo che ha imposto la sua figura anche all’attenzione dei non-addetti ai lavori. Nel 1615 questa terziaria francescana aveva 40 anni e, nella Chiesa della Minerva a Roma, rendeva confessione a chi la inquisiva “di aver fatto ridotto di molte persone dell’uno, e l’altro sesso, miei devoti, e figli spirituali, quali per non degenerare confusione li facevo dividere in più Congregazioni in alcune stanze secrete della mia casa in un’ora a ciò destinata. Dopo una breve orazione, che facevo loro in lode della carità carnale, spenti i lumi, li facevo congiungere insieme; e ciò senza scrupolo d’incorrere in peccato, anzi fare atto meritorio ogni volta che si reiterava la copola, stante loro la partecipazione del dono di castità ”.  Di origini molisane, la religiosa, da giovane, aveva messo al mondo un bambino che poi abbandonerà. La Suor Partenope di Sebastiano Vassalli è per l’appunto lei.

Un giorno il suo confessore, padre Aniello, le chiese di mostarglisi nuda. Lei cedette, ed andò anche oltre, senza avvertire peccato. Perciò si convinse che l’unione sessuale è solo un atto sacro. La tesi fu condivisa da molti altri adepti, compresi quelli di un certo rango sociale. Un’altra versione, più accomodante, dice: che la fama di Suor Giulia l’aveva resa una “santa vivente”; che “qualcuno” se ne spaventò, propalando calunnie. Soprattutto i Teatini, timorosi che la figura di Giulia potesse porre in ombra la santità della “loro” suor Orsola Benincasa. Ma la De Marco fu veramente una donna che sperimentava l’estasi o fu solo una scostumata? Nel primo caso lo stato in questione, pur coinvolgendo il corpo, resta pur sempre nell’àmbito dell’esperienza spirituale, cosicché la suora molisana avrebbe semplicemente sperimentato un inèdito itinerario femminile verso il sacro. Ma ciò non poteva che essere condannato da una Chiesa che doveva impedire questa “religione di Eva”. Difficile dire quale delle due versioni sia vera; anche perché la prima porterebbe a concludere che la religiosa e padre Aniello stessero tentando di inaugurare una inèdita via proibita dal rigido dualismo cristiano che inserisce gli impulsi sessuali nel regno del Maligno, ritenendoli praticabili solo per procreare.

Suor Giulia De Marco (1574 o ’75)  nacque a Sepino da famiglia povera. Acquistò notorietà a Napoli al punto di essere considerata Santa già in vita. Il suo seguito si accrebbe sino a concretare una piccola congregazione religiosa. Nel 1607 il “S. Offizio” volle occuparsene, Padre Aniello fu costretto a rientrare a Roma e la De Marco fu rinchiusa in un monastero napoletano, poi a Cerreto S. ed infine a Nocera, ritornando sotto il Vesuvio solo nel 1611. I Teatini la accusarono di eresia mentre i Gesuiti (e parte della nobiltà del vicereame) la proteggevano. I due schieramenti arrivarono al punto di organizzare un incontro-scontro tra la Di Marco e la Benincasa nel 1614. Nell’occasione quest’ultima si convinse della natura diabolica delle pratiche mistiche dell’altra, finché intervenne il Nunzio apostolico del Regno che ne organizzò il trasferimento coatto a Roma per sottoporla ad istruttoria quale eretica. Processata e condannata, abiurò nella Chiesa di Santa Maria sopra Minerva e morì prigioniera in Castel Sant’Angelo. La religiosa molisana fu descritta come una ninfornane che si atteggiava a santa, solo per  assecondare la propria accesa carnalità. I laici che la contornavano furono assimilati agli accòliti di un lupanare. Pure il citato prof. Nicolini vide in lei solo “spudorata ciarlataneria“, arrivando al punto di giustificarne la condanna a vita alla prigione. I Teatini la definirono in atti “vecchia puttana” (“scortum vetus“). Ma è probabile che l’esasperato rispetto dell’ordine costituito, la misoginia e la sessuofobia impedirono alla Chiesa dell’epoca ogni controllo critico del caso-De Marco che, al contrario, sarebbe dovuto essere studiato con la massima cautela.

 

 

 

Di Giuseppe Saluppo

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