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Sanità, i Borboni diedero il massimo poi è arrivata la frattura verticale


di  Claudio de Luca

In tema di Sanità”, della cui situazione le testate locali discettano quotidianamente (ma solo per aggiornare i lettori sui bisticci della politica e sulle proteste, sempre più tenui, dei Molisani), piace sottolineare che – nel XIX Secolo – grazie ai Borboni, le “terre al di là del faro” avevano un grande avvenire … dietro le spalle. Nel 1831, il Ministro degli Affari interni sottoscrisse una circolare per istituire un ospedale in ogni Distretto. Re Ferdinando II aveva decretato che la Provincia di Molise dovesse attivarne almeno tre (“uno in Campobasso, un altro in Isernia ed un terzo in Larino”) e che ognuno doveva avere “la dotazione di annui ducati 1.022 et grana 40 per lo mantenimento di 10 piazze”, da prelevare “sugli avanzi de’ luoghi pii, giusta proposizione del Consiglio degli ospizi”. Sua Maestà sapeva che il territorio era carente di strutture pubbliche per la cura degli ammalati poveri che potevano essere curati solo a casa. E addirittura Venafro, quand’era parte del Casertano, aveva un ospedale sin dal 1672 che aveva assorbito piccoli luoghi di cura gestiti da confraternite. Con i beni di queste ultime (cui si aggiunsero, nel 1866, quelli derivanti dalla vendita di una tenuta), nacque il “Ss. Rosario” con 40 letti, una cappella, una sala anatomica ed un giardino.

Il nosocomio di Campobasso poté aprire i battenti nel 1845, grazie alla disponibilità dell’intera dotazione stabilita pure per i presidi sanitari destinati a sorgere negli altri capoluoghi di distretto; e, nel 1910, la struttura raggiunse la capienza di 20 letti. Per l’ospedale di Isernia bisognò attendere il 1886 quando l’istituzione fu collocata in un edificio che ospitava pure un asilo infantile. Ancora nel 1903 i letti erano 15. Larino (con appena 6 posti-letto) riuscì ad aprire nel 1896. Ma, nei primi decenni del ‘900, poteva già accogliere 20 pazienti; e, di seguito, ancora di più. L’ospedale di Termoli rimonta al 1951. Prima gli ammalati fruivano di una struttura di fortuna, adattabile alle varie urgenze. Nel ‘54 venne attivata la Chirurgia, e poi la Pediatria. Seguirono, negli Anni ’60, il Laboratorio di analisi, il Servizio di radiologia ed il Reparto di ostetricia. Nel 1952 aprì Agnone (52 posti-letto, chirurgia, radiologia ed analisi), con una consistenza che lievitò soprattutto grazie alle donazioni di cittadini benemeriti, alle rimesse di chi era emigrato ed all’impegno dell’infaticabile on. Sammartino. Chissà se il Presidente Frattura queste cose le conosce. Nel caso che così non fosse, gliele rammentiamo noi.

Tutti questi dati (collazionati da un ricercatore locale, Giuseppe Mammarella) finiscono col certificare l’attuale “decadenza delle umane sorti” molisane, e sottolineano che quei retrògradi dei Borboni avevano elaborato, con lungimiranza, in tempi peraltro non facili, un disegno fondamentale per il Contado, oggi “cancellato” grazie alle “memorabilia” di Frattura & C. Nell’‘800, il Molise si era incamminato su questa strada pure grazie alla generosità di nobili signori, alla fattività dei “quisque de populo”, all’abnegazione di medici e di assistenti volontari che avevano posto a disposizione terreni, danaro e lavoro intellettuale e manuale, pur senza riceverne ritorni economici. Quello della vituperata dinastia spagnola era, dunque, già un “governo del fare” che, nella società molisana, aveva rinvenuto una disponibilità diffusa verso il “bene comune”, sicuramente meno riscontrabile oggi quando i beni comuni rappresentano solo qualcosa da aggredire. Poi si è solo “tagliato” e fatto clientela sulla gestione ospedaliera, sino a chiudere tanti storici plessi con sforbiciate del tutto irrazionali. Oggi ogni difensore del proprio campanile obietta perché sa di avere una storia che supporta le sue pretese. L’interesse generale non va mai perso di vista, ma manco è normale tollerare che ospedali pieni di storia siano spariti, di punto in bianco, soltanto sulla base di una maggiore (o minore) potenzialità demografica ed elettorale. A questo punto di non-ritorno, occorre prendere atto della situazione, non nascondendo che la stessa “rizzagliata” (esercitata da chi lancia le reti a casaccio in acqua, per predare nel mare ‘ndocojocojo’)  non è stata effettuata in altre Regioni, spendaccioni od oculate che fossero. Se questa è la verità, il dolore di ciascuno è pienamente giustificato.

Di Giuseppe Saluppo

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