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Quella voglia di vivere in un territorio fragile e dissanguato

di Giuseppe Saluppo

E’ bastata la chiusura del viadotto Sente, che collega l’alto Molise con l’alto Abruzzo per spezzare l’unico frammento che, ancora, legava, teneva in vita la speranza di vita di quanti abitano in quelle zone. Ci si riempie la bocca di lotta allo spopolamento, di politiche atte a recuperare territori , ormai, scarnificati perché prosciugati da un’emorragia di uomini e, poi, si lascia quei pochi che ancora vivono in quelle terre completamente da soli. Isolati.  Costretti a dovere percorrere una mulattiera per fare pochi chilometri. Ma a 1.200 metri di altezza e con gli agenti atmosferici non sempre felici. Difficile per portarsi all’ospedale ad Agnone. Difficile per i bambini con gli scuolabus. Si vuole, forse, che sia una lunga liana a far compiere salti da una parte all’altra del territorio? O, tornare agli asini per transitare sulle mulattiere? E come possono sopravvivere microimprese che sono sentinelle del territorio? Come è pensabile di fare restare quella sparuta di giovani che guarda, ancora, al territorio? Un territorio di per sé già fragile che avrebbe bisogno di trovare spalle larghe e forti: quelle dello Stato, delle Regioni. Per cercare di bloccare quella emorragia che sta svuotando di anime, culture e popolazione, tra emigrati e denatalità, interi paesi.  “Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”. (La luna e i falò, Cesare Pavese)

Di Giuseppe Saluppo

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