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Politiche europee, Patriciello: “Colmiamo il divario tra Nord e Sud”

Da uomo del Sud, l’europarlamentare di Forza Italia, Aldo Patriciello lotta quotidianamente a Bruxelles per una politica europea più equa e più umana. Favorevole ad una crescita eco-sostenibile e ad un meridione che sia il cuore pulsante del vecchio continente in questi anni ha cercato insieme al suo gruppo politico di ridurre le enormi differenze tra Nord e Sud Europa. Questa l’intervista rilasciata a  Blasting News.

Lei è un amante del meridione. Come può il sud Italia colmare il gap con le più industrializzate regioni europee?

Lo sviluppo del sud non può dipendere esclusivamente dai fondi europei: Roma non deve delegare a Bruxelles più del necessario. Fatta questa premessa è fin troppo evidente che fino a quando il divario tra le regioni del nord e quelle del sud manterrà i livelli attuali l’Italia continuerà ad essere un Paese a due velocità. Ecco perché ritengo fondamentale che si torni ad investire nel Mezzogiorno, a cominciare da un serio piano di infrastrutture: non è pensabile che l’alta velocità arrivi fino a Salerno, escludendo tutto il resto del meridione. Occorre poi mettere in campo ogni azione necessaria per la creazione di nuovi posti di lavoro, evitando investimenti a pioggia ma politiche di sostegno a chi desidera investire: oggi, fare impresa al sud, significa affrontare difficoltà 10 volte superiori rispetto a quelle che si incontrano nell’Italia centro-settentrionale.

 

In che modo si può evitare lo spreco e la dispersione dei fondi europei?

Evitando gli errori del passato, ad esempio. Sarebbe un ottimo punto di partenza. Dobbiamo uscire dallo schema che ha visto le Regioni italiane usare i fondi europei per finanziare principalmente sagre paesane e piccole festicciole o, peggio ancora, per creare consenso elettorale. Occorre cambiare passo anche per quanto riguarda le infrastrutture. Negli altri Paesi, con i fondi europei, hanno costruito strade, autostrade, aeroporti, ferrovie e quant’altro. Noi siamo decisamente indietro, se si escludono pochi progetti virtuosi come, ad esempio, la costruzione delle stazioni dell’arte della metropolitana di Napoli. Non è normale che Matera, prossima capitale europea della cultura, sia ancora sprovvista di una stazione ferroviaria.

Causa crisi 2008 gli italiani annualmente emigrano in massa verso nazioni europee più meritocratiche. Chi è il vero colpevole?

Non si tratta soltanto di meritocrazia. C’è soprattutto un problema di assenza di adeguate opportunità. I nostri laureati, ad esempio, trovano enormi difficoltà nel trovare un impiego stabile che consenta di progettare un futuro. Per non parlare della crisi dell’industria e delle scarse possibilità di assunzione per coloro che non hanno studiato. Negli ultimi anni stiamo assistendo ad un’emigrazione di massa, soprattutto giovanile, che rappresenta un vero e proprio dramma sociale. I nostri ragazzi studiano e vengono istruiti per poi andare a lavorare all’estero o nelle regioni settentrionali: un danno, oltre la beffa. Dobbiamo invertire questo paradigma e lavorare affinché il sud possa sostenere le aspirazioni e i bisogni delle prossime generazioni: emigrare deve essere una scelta volontaria e non, come spesso accade, un condizione obbligatoria per poter vivere.

Dalle sue origini l’UE è sempre stata legata agli USA. Non sarebbe meglio slegarsi da questo tipo di rapporto e creare un partenariato con stati più vicini al nostro continente?

Dipende dal partner e dal tipo di rapporto politico che si vuole creare. Ovviamente la storia ha il suo peso: gli Stati Uniti sono stati, nel periodo post bellico, i principali sostenitori del progetto di integrazione europea. Chi oggi invoca un più saldo legame con la Russia, dimentica che per decenni sono stati gli Stati Uniti a garantire la sicurezza del continente europeo durante gli anni della Guerra fredda. Ciò detto, io credo che sia molto importante stabilire dei rapporti di buon vicinato con i nostri partner russi. Sostengo da tempo, in tutte le sedi europee, la necessità di togliere le sanzioni alla Russia.

 

Di Virginia Romano

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