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Politica molisana: la musica è nuova, ma gli strumenti sono quelli  di sempre


di  Claudio de Luca

I Politici, soprattutto quelli odierni, hanno ballato sempre la quadriglia. Cosicchè, volendo instaurare un rapporto tra quelli odierni e quelli d’altri tempi, deve prendesi atto che i salti della quaglia vengono praticati – bene spesso – solo per conservare le prebende. Perciò, seppure gli “spartiti” siano nuovi, i “musicanti” rimangono ognora gli stessi. Negli Anni ’50 del secolo scorso, chi avesse praticato certe giravolte sarebbe stato indicato a dito e fatto oggetto di un meditato ostracismo. Oggi tutto rientra nella norma e si sente pronunciare, bene spesso, quell’orrida frase secondo cui solo i matti avrebbero un’idea fissa. In realtà non c’è stato alcunché di nuovo sotto il sole; e, per prenderne atto, basterà riferirsi ad alcune vicenduole di dozzina di epoca risorgimentale quando, conseguita l’Unità, putroppo non furono fatti anche gli Italiani..

Nel 1860 Francesco II abbandonava Napoli per Gaeta, in compagnia del suo “fido” Ministro di Polizia Liborio Romano. Ma questi, preoccupato per la sua carriera, si era  già rivolto segretamente all’Eroe dei due mondi, invitandolo ad introdursi nella città. di Partènope. Don Peppino non se lo fece ripetere e si accordò, confermandogli carica e stipendio. Cosicché chi, in quel momento, era ancora Ministro del Re, si ritrovò di colpo ad essere il “grand commis” del Governo piemontese. Dal momento che la soldataglia mostrava di essere rimasta fedele a Re Francesco, don Liborio cercò aiuto attingendo da inquietanti segmenti della popolazione; e contattò Salvatore De Crescenzo, capo riconosciuto dei camorristi ed ospite delle galere napoletane. Ne sortì un accordo vantaggioso per entrambi; e gli amici di “Tore ‘e Crisciénze”, da detenuti che erano, furono liberati e muniti di una fascia tricolore con cui giravano i quartieri della Capitale, con funzioni di polizia, per garantire l’ordine pubblico. E così Garibaldi venne accolto a Napoli da una folla plaudente, contenuta da un cordone di robusti “mazzieri” (i camorristi diventati poliziotti). Al suo fanco c’era il fior fiore della categoria: quello strano “cappellano” dei Mille, chiamato fra’ Pantaleo; Agostino Bertani (che poi si sarebbe occupato, a man bassa, della gestione dei soldi pubblici nel Napoletano); Michele “‘o chiazzière” (che ritirava le tangenti dagli ambulanti).

Per gestire l’ordine pubblico la Camorra usava le armi persino contro i veri poliziotti se si fossero mostrati tiepidi nel reprimere i riottosi. Per di più, c’era l’abitudine di bastonare i patrioti che avessero viste le cose in maniera diversa dalla loro. Veniva perseguito persino chi avesse circolato senza la coccarda tricolore o senza ostentare il rituale saluto con l’indice alzato (che era il segno di “una”, riferito all’Italia da riunire sotto V. Emanuele). In seguito questo servizio verrà ricompensato con una sinecura di 75.000 ducati (17 milioni di €), prelevati dai beni confiscati alla Casa reale borbonica ed elargiti con la discrezionale (od arbitraria?) “raccomandazione” di distribuirne ai sudditi più bisognosi. Più tardi, con un decreto del 26 ottobre, don Peppino stesso attribuì una pensione di 12 ducati mensili (2.700 €) alla sorella di Salvatore De Crescenzo (nota come Marianna la “vaiassa”). La donna era tenutaria della taverna in cui si riuniva il ghota camorrista mascolino. Beneficio analogo fu concesso al vertice in rosa di quel sodalizio criminoso. Tra queste poco pie donne c’era una non meglio identificata “donna Pèreta”, così vocata per certi suoi rumorosi comportamenti di origine fisiologica. Oltre che ai vantaggi istituzionali, la Camorra partecipò allo sciupìo  delle pubbliche risorse. I suoi maggiorenti ebbero mano libera in una “gara” esperita per l’acquisto di 72mila cappotti per l’esercito piemontese e l’organizzazione riuscì persino a fare inserire i propri uomini nelle graduatorie redatte per l’assegnazione della pensione ai reduci garibaldini che, da “1.000”, erano diventati oltre 52mila. Fatta la tara, quali sono le differenze fra ieri ed oggi?
 

Di Giuseppe Saluppo

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2 commenti

  1. Elisabetta Sciscenti

    Il candidato alla presidenza della Francia, Macron, ha detto alla sua avversaria, Marine Le Pen: “Il Paese merita di più di lei”. Riprendo questo concetto per dire che il Molise merita di più di quello o di chi ha ora a disposizione. Se non riusciamo a quadrare il cerchio internamente, decidiamo umilmente e coraggiosamente di accorparci a regioni che di passi avanti ne hanno fatti nonostante la crisi.

  2. Gianpaolo Libertucci

    Non c’è più una scuola di politica come ai tempi di De Gasperi, una scuola in cui si insegnino in primis l’etica e la morale, in secondo luogo il diritto amministrativo, in terza analisi il “problem solving”, poi l’uso delle risorse ed infine l’arte oratoria (molti dei nostri politici non riescono ad infilare soggetto, predicato e complemento). E’ un disastro sotto tutti i punti di vista. Chi andremo a votare l’anno prossimo?? Meglio la macro-regione!

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