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I “PIEDI D’ARGILLA” DELLE DIGHE MOLISANE

di  Claudio de Luca

“Piano per il Sud”: 5 milioni per collaudare l’invaso del Liscione (1967-1973) non ancora affidato dopo 44 anni. I lavori relativi potevano essere attivati entro il 2016, tenuto conto delle verifiche della Commissione ministeriale (iniziate nel 2013) per essere completati (almeno con riferimento al I lotto) entro il 2017, pena la revoca del finanziamento. Poiché nulla è stato fatto, l’opinione pubblica si domanda se i fondi siano ancora disponibili; e, benché le opere siano ritenute ‘prioritarie’, l’invaso continua a funzionare con un’autorizzazione del 1977. La diga di Guardialfiera non è l’unica snobbata dallo Stato. Lungo la Penisola se ne contano oltre 100 prive di collaudo formale ma legittimate da Nulla osta provvisori. Eppure sono tanti gli invasi che potrebbero provocare cataclismi. La norma vuole che a quelli di dimensioni minori possa dedicarsi un trattamento meno accurato; e così quelli sotto controllo sono soltanto 800 mentre altri 10mila vengono più o meno ignorati. Insomma, per legge, sono “importanti” soltanto le dighe alte più di 15 m con un milione di mc d’acqua. Una tabella del rischio rivela che i comuni molisani in pericolo sono tanti e che 1/3 delle grandi dighe sono state costruite in zona sismica. Il prof. Lucio Ubertini (Costruzioni idrauliche alla “Sapienza”) ritiene che quelle trascurate siano troppe e che le carenze si verifichino proprio quando sarebbe necessario essere prudenti. Il docente conferma che pure gli invasi minori possono essere causa di danni e di tragedie; ma il Gruppo nazionale per la difesa delle grandi catastrofi è stato sciolto sin dal 2006.            Nel caso di una esondazione, le acque del Liscione riuscirebbero a radere al suolo un’intera valle sino al Nucleo industriale di Termoli. Qui sono attive diverse Aziende chimiche (3 di cui ad elevato rischio ai sensi della Direttiva “Seveso”); poi c’è lo Stabilimento ex-Fiat e la Centrale “Sorgenia”. Tempo addietro, ad accelerare le procedure di collaudo, provvide l’alluvione del 2003 che sottolineò la pericolosità di una diga innalzata in un’area inzeppata di case e di fabbriche. Perciò, quando “Molise acque” si chiamava “Erim”, furono segnalati alla Prefettura di Campobasso i pericoli che il territorio correva. L’invaso di Guardialfiera, almeno quando è pieno di acqua, può contenerne a volontà;  ma – come si è detto – va avanti con un’autorizzazione del 1977. Solo nel 2008 fu pubblicato un bando per il “Collaudo statico delle opere con funzione resistente”. Nel capitolato si legge:”Al fine dell’emissione del certificato previsto dall’art. 14 del dPR n. 1365/1959 da parte dell’apposita Commissione è necessario acquisire, e fornire, il certificato di collaudo statico”. Dopo di che il provvedimento rende noto che “questo sarà eseguito in base alle norme vigenti negli Anni ’60 quando fu realizzata la diga”. Ciò posto non si può che restare tranquilli!            Poco lontano, a Macchia Valfortore, c’è la diga di Occhito, funzionante dall’inizio degli Anni ’70, pur essa mai collaudata e situata in un’area colpita da eventi sismici. A 2 km c’è il comune di Carlantino. Questo invaso, pur avendo una capienza di 300 milioni di mc, viene a tutt’oggi riempito sino ad un massimo di 180 milioni. Lo rivelò il sen. Pagliarulo; e, nel 2002, il prof. Spilotro (Geologia nell’Ateneo lucano) ammonì:”Una frana minaccia il lago”. In un’area finìtima, a natura sismica sensibile, le Regioni Puglia e Molise intendevano porre mano alla diga di Piano dei Limiti. Tutto questo mentre il Ministero dell’ambiente riferì che il 10% del Paese viene considerato dai geologi e dagli esperti a forte rischio e che il 58% dei comuni può patire frane ed un 42% di fenomeni alluvionali. Ciò nonostante, in un contesto così preoccupante, la Cassa per il Mezzogiorno finanziò ben 12 invasi, progettandone 35 tutt’ora privi d’acqua. La spesa? Duemila miliardi di lire, in taluni casi spesi per manufatti che, in caso di pioggia persistente, potrebbero sbriciolarsi, cancellando vite umane ed infrastrutture proprio a causa dell’incompiutezza e delle mancate verifiche, dell’insicurezza da obsolescenza e dalla carenza di collaudi e di controlli adeguati.

Di Giuseppe Saluppo

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