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Perchè uccidere i piccoli Comuni?

di Giuseppe Saluppo

Dunque, è toccato ad Avvenire fotografare la morte di un’area interna molisana quale quella della vallata del Trigno. Comuni lasciati da soli da uno Stato centrale che propinando il tanto sventolato “decentramento” delle funzioni ha dimenticato che la sopravvivenza delle piccole autonomie locali per oltre 70 anni si è basata sul trasferimento delle risorse che lo Stato ha incamerato, ed incamera dal pagamento delle tasse e dei tributi da parte dei cittadini. Uno Stato che ha dimenticato il principio del “mutualismo” facendo in modo che, in una nazione che si riconosce sotto la stessa bandiera e con gli stessi valori, chi è più forte aiuta il più debole. Come può un piccolo Comune con poche centinaia di anime, garantire servizi essenziali ai cittadini senza soldi? Quale futuro ci può essere in un piccolo comune, dove la popolazione invecchia ogni giorno ed i giovani scappano via dalla disperazione? Nessuno, davvero.  Si tenta, al contrario, di cambiare il corso della storia abbandonando al loro destino gli ultimi, i più piccoli. Non funziona così; non può funzionare. Certo, ci sono stati nel passato sprechi. Ma il sistema ha retto. Oggi, invece, i Comuni muoiono, giorno dopo giorno. Ci si aggrappa a nuove sperimentali ipotesi di aggregazione per sopperire a questa agonia, una morte lenta e dolorosa. Unioni di Comuni, servizi associati. Addirittura fusioni di municipalità. Sono l’anticamera della fine. Qui, invece, bisognerebbe dare l’autonomia piena ai Comuni. Di metterli in condizione di poter decidere, programmare ed agire, nel rispetto delle regole certo, ma per il bene comune. Solo se si darà vita ad un nuovo “illuminismo amministrativo” che punti tutto sui piccoli comuni, allora si potrà sperare. Altrimenti il percorso è segnato.

Di Giuseppe Saluppo

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4 commenti

  1. Maria Teresa Marcantonio

    Sono il fulcro di ogni regione, i depositari di cultura, storia, tradizioni, vera essenza di un territorio, esaltazione delle peculiarità dello stesso. Sbagliatissimo emigrare senza provare neanche lontanamente a cambiare un penoso status quo, dunque, a parte la politica, i responsabili di questo grigiore sono i molisani.

  2. Annamaria Palmieri

    Se non ci si coalizza, se non si fa squadra, se non si esce dal guscio dell’individualismo, non si miglioreranno le cose. In Emilia tanti comuni si trovano uno attaccato all’altro: non è solo vicinanza territoriale, si tratta prima di tutto di vicinanza culturale, di comunità d’intenti, di sentire unico. Da qui bisogna ripartire per uscire dalla palude!!

  3. In Italia il protagonismo sia dei singoli che dei gruppi di persone come ad es i piccoli e piccolissimi comuni impedisce le fusioni amministrative e l’accorpamento dei servizi diminuendo i costi, ma l’idea che il sindaco non sia l’espressione di quei pochi abitanti sembra insormontabile. Se i condomini esistono nei palazzi di abitazione perché questa resistenza specie quando le comunità locali hanno esigenze assimilabili e costi divisibili?

  4. Alberto Mastrocola

    Secondo me, bisogna unire le forze per reagire a questo stato di cose: solo uniti si può vincere, dice un motto. Bisogna anche avere la giusta programmazione, e quindi far sì che si creino piccoli centri industriali o aziende agricole nei paesi un po’ più popolosi e meglio accessibili in termini viari: questi costituiranno da fulcro per i paesini circostanti: da lì la gente andrà a lavorare nei suddetti siti e non avrà la voglia o la necessità di emigrare. Sembra tutto facile quando si guardano le cose dall’esterno, ma parlo con cognizione di causa: nelle Marche è stato fatto così: ditemi se le Marche sono una regione in difficoltà come noi!

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