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Perchè i giovani vanno via

Caro direttore,

Vorrei parlare con Lei di un tema molto attuale: l’emigrazione dei giovani italiani all’estero. Naturalmente nel novero dobbiamo contemplare anche i molisani, e devo dire che sono proprio loro ad avermi dato lo spunto per questa lettera.

Sono sicura che la prima osservazione che molti faranno è: per forza, in Italia mortificano la tua professionalità, vieni sfruttato, sottopagato e, se lavori in campo scientifico, vieni incatenato a parametri burocratici e baronie che gridano allo scandalo.

Dopo aver appurato la veridicità di tali affermazioni, vorrei però superarle per provare ad uscire dalla palude.

L’Italia è fatta dagli italiani, così come una qualunque città è fatta dai cittadini: dunque, chi è che può essere l’artefice del cambiamento? Non credo che io debba scrivere la risposta, giusto? Allora, perché non si prova tutti a cambiare questo status quo? Come? Denunciando ciò che non va, costi quel che costi, e lottando ogni giorno negli ambienti di lavoro per dimostrare ai “baroni”, ai raccomandati, ai furbetti che per fortuna c’è un altro mondo, ed è quel mondo che ha fatto grande l’Italia nei secoli.

Se ci riappropriamo di questi concetti, molte cose possono cambiare. Nessuno nega le difficoltà a cui si andrà incontro perché si tratterà di scardinare un sistema, ma abbiamo chiari esempi, in vari ambiti, che i cambiamenti sono possibili, che il Buono ed il Bello hanno sconfitto il Marcio ed il Brutto.

Nel 1992, come Lei sa, ci sono state terribili stragi di mafia, che hanno visto i giudici Falcone e Borsellino perdere la vita. Dopo quei tristissimi, inqualificabili eventi molto è cambiato: una buona fetta dell’opinione pubblica ha preso coscienza del fenomeno mafioso come piovra che ti strangola se solo le dici sì una volta, tanti imprenditori si sono ribellati al pizzo, un certo numero di cittadini è uscito allo scoperto denunciando, si sono moltiplicati i collaboratori di giustizia. Il percorso è ancora lungo, ma si è sciolta la parte principale di un iceberg che sembrava incorruttibile.

Ecco, per me questa è la prova più evidente che, se solo lo si vuole, le cose possono cambiare. Si perderà sicuramente qualcosa, si verrà umiliati, ma la guerra sarà vinta, anche se qualche battaglia andrà male.

Dico, quindi, a tutti i giovani che stanno utilizzando l’Italia come semplice zona di parcheggio per poi prendere il largo una volta maggiorenni o una volta terminata l’università: provate a cambiare l’Italia rimanendovi!

Se tutti scappano, chi è che costruirà questo Paese?

La cosa triste, se uno vuol guardare a fondo, è che chi emigra conosce poco l’Italia: per amare una cosa, bisogna CONOSCERLA. I giovani che non vedono l’ora di fare le valigie sono anche coloro che, se devono programmare un viaggio di piacere, prenotano un volo per Dublino anziché un Frecciarossa per Roma, visitano Londra anziché Tivoli, conoscono a menadito Berlino e vedono Palermo come un semplice punto sulla carta geografica.

Noi italiani siamo sempre stati un po’ esterofili, ma questa diffusa tendenza giovanile ad andare a raccogliere le primizie sempre nell’orto altrui e mai in quello nostrano, è davvero preoccupante. I media hanno contribuito in larga parte a questo, ma è anche vero che l’appiattimento culturale degli ultimi decenni, dovuto ad un proliferare degli strumenti tecnologici, ha dato il colpo di grazia.

Se nelle scuole e nelle famiglie si tornasse a parlare della grandezza dei Romani, della sublimità della Cappella Sistina, della perfezione di Villa Adriana, del genio di Giuseppe Verdi, sono convinta che i nostri giovani ci penserebbero due volte prima di programmare un viaggio. Conoscendo l’Italia, potranno così amarla, ed amandola, potranno desiderare di restarvi per cambiarla.

Vede, io sono una che le sue esperienze di studio all’estero le ha avute, così come ho avuto due opportunità di lavoro negli Stati Uniti: ci ho riflettuto per mesi prima di prendere una decisione e, nonostante agli inizi abbia trovato enormi difficoltà e sperimentato umiliazioni, permanendo in Italia ho avuto la soddisfazione di contribuire a cambiare un certo stato di cose e, per quanto mi riguarda più da vicino, a migliorare l’ambiente lavorativo in cui mi trovo.

La tendenza attuale è di rinunciare senza neanche averci provato, proprio come accade per la costruzione di famiglie con figli. Tempi bui ce ne sono stati anche in passato, eppure si era prolifici. Adesso la vita agiata ed i nuovi bisogni instillati dalla società moderna ti portano a pensare che fare dei figli possa portarti sul lastrico se non hai sicurezze economiche.

Non possiamo diventare un popolo di rinunciatari, né far sì che il nostro posto lo prenda qualcun altro, e lo dico con la convinzione che se l’Italia è stata costruita su solide basi in periodi molto difficili, non si vede perché questo castello debba crollare.

Spero di aver reso l’idea e La ringrazio se non vorrà buttare nel cestino la mia missiva.

Cordiali saluti

Mara Iapoce

Di Giuseppe Saluppo

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2 commenti

  1. Gianpaolo Libertucci

    Ritengo che l’analisi sia lucida ed obiettiva. Purtroppo, sia attraverso i mass-media, sia nei discorsi quotidiani (che spesso riflettono quello che dicono i media), si giunge alla conclusione che se i giovani vanno via è per via di una crisi voluta soprattutto dal malaffare italiano. In realtà, questa è una visione molto parziale del fenomeno, perché, come è stato detto, in più di un caso si tratta di una tendenza del momento, un po’ come il telefonino. Conosco più di un universitario (dal quale mi discosto di una decina d’anni, quindi ritengo di appartenere ancora alla categoria dei “giovani”) che non vede l’ora di andare a Parigi piuttosto che a Barcellona non solo e non tanto perché lì, forse, si vedrà valorizzato nella sua professionalità, ma anche perché potrà dire in giro, con aria di superiorità e quasi di sfida, che lavora all’estero, e che chi è rimasto in Italia è un povero sfigato che non sa osare.
    A dire il vero, sa osare proprio colui che rimane, perché ogni giorno deve affrontare umiliazioni, deve lottare per far prevalere un senso di giustizia, deve imporsi perché il marciume venga debellato. Questa è la sfida, e non possiamo pensare che una tale sfida la lancino un eritreo piuttosto che un siriano sbarcati a Reggio Calabria sul gommone!
    A che cosa serve, poi, lamentarsi dello spopolamento del Paese se nessuno si attenta a provare a cambiare le cose?
    Sottoscrivo anche la versione secondo la quale c’è un’ignoranza imperante nella generazione dei giovani attuali, che conoscono Madrid piuttosto che Firenze, quindi è proprio vero: se non si riacquista la conoscenza delle bellezze presenti sulla nostra penisola, non ci si sentirà neanche attaccati ad essa, e si partirà senza tanti rimpianti o magoni. Deprimente, no?
    La sfida, ribadisco, è: AMMINISTRARE le nostre ricchezze (culturali, artistiche, culinarie, paesaggistiche) perché ne siamo i possessori. Ci rendiamo conto a quale grande privilegio siamo chiamati? Secondo voi un abitante di Monaco di Baviera piuttosto che di New York ha lo stesso onore-onere?
    Da uno che all’estero ci deve andare più di una volta all’anno per lavoro e che conosce più di una lingua straniera.

  2. Perché non hanno voglia di lottare, ecco perché. Vivono proprio male le nuove generazioni, tra genitori latitanti, spesso più infantili dei propri figli, mancanza di ideali, mancanza di voglia di mettersi seriamente in gioco, mancanza di amore per la Patria. In poche parole: un disastro.

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