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Non facciamoci scippare, almeno, l’acqua

La scomparsa dello Zuccherificio del Molise dallo scenario industriale in un clima di rassegnazione generale, molto prossimo all’indifferenza, ha consentito ai vertici regionali di esprimersi in modo irriverente nei confronti di quella esigua parte dell’opinione pubblica che condanna la loro inefficienza e il loro cinismo, fino al punto che un’assessore forse tra i più colpevoli della fine dello Zuccherificio arrivasse a scadere nell’irrisione. Questo incipit lo utilizziamo per introdurre un altro rischio incombente sui molisani: la privatizzazione delle risorse idriche, forse il maggiore affronto al futuro della popolazione e l’espressione deleteria di una convinzione politica totalmente sottomessa agli interessi privati, essendo quelli pubblici ormai accantonati e resi inerti da una serie di vicende (Zuccherificio, Gam di Boiano, Ittierre di Pettoranello) che li hanno depauperati anche moralmente e socialmente. Questa nuova genia politica rigonfia di presunzione, di arroganza, di strafottenza e di incompetenza attraverso l’ubbidienza del consiglio regionale ai propri voleri, sta per confermare la proposta di legge che permetterà di incanalare le risorse idriche verso la privatizzazione e, quindi, verso la speculazione e il guadagno. Un bene pubblico inalienabile ridotto a merce di scambio, a favoritismo, a strumento economico e di mercato. Un’aberrazione, una scelta di campo alla rincorsa degli unici poteri che contano ormai: la finanza e l’economia. I poteri che aiutano la politica del Terzo millennio a reggersi ancora in piedi e, nel Molise, a tenere in piedi un governo regionale che ha smantellato il sistema sanitario, il sistema produttivo, il sistema assistenziale, la vocazione turistica del territorio per fare spazio unicamente alle sue strategie speculative, di arricchimento e di mantenimento del potere utilizzando (strumentalmente)  i Fondi europei affidati (strumentalmente e strategicamente) nelle mani di pochi intimi e fidati collaboratori. Questa classe politica, ribadiamo, nella sua infinita presunzione (e ignoranza amministrativa) la proposta di legge all’esame della terza commissione consiliare di Palazzo D’Aimmo se l’era confezionata ed approvata. Non solo. Aveva iniziato a metterla in pratica attraverso l’Ente che aveva creato appositamente per indurre le amministrazioni locali a rinunciare alla loro autonomia nella gestione delle reti di distribuzione. Il Tar Molise, ha temporaneamente stoppato l’andazzo, obbligando la giunta regionale a trasferire alla competenza del consiglio quella proposta di legge che, ripetiamo, attraverso la costituzione dell’Ente di gestione (Egam) prelude all’ingresso del capitale privato nella gestione delle risorse idriche locali. Tutto lascia supporre che il consiglio confermerà l’impianto e il fine di quella proposta di legge, e l’Ente (Egam) di governo d’ambito. Però,  differenza del procedimento amministrativo posto in essere dalla giunta, la Terza commissione regionale chiamata a gestire la proposta di legge di cui stiamo parlando, nel valutare i pro e i contro, può avvalersi del supporto di diversi pareri tra cui quelli altamente rappresentativi dell’Associazione nazionale dei comini italiani (Anci), della Lega delle Autonomie locali e dell’’Associazione dei Piccoli Comuni d’Italia che alla commissione ha fatto pervenire un contributo critico di notevole portata giuridica.

Ultimamente, alla commissione, è stato segnalato anche lo Statuto dell’Azienda Speciale “Acqua Bene Comune Napoli (Abc)”, che ha reso invulnerabile la gestione pubblica del servizio idrico comprensivo sia dell’erogazione e fatturazione dell’acqua che del ciclo della depurazione e del servizio fognatura. Questione, dunque, di volontà politica. E di diversa reattività del popolo.

 

Dardo

 

 

Di Dardo

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