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Il Molise? Ha l’avvenire dietro alle spalle. Solo un ‘bardo’ potrebbe cantarne le memorie

 

DI Claudio de Luca

 

Quante vicende, grandi e piccole, vanno a confondersi, se non addirittura finiscono con l’essere ignorate. Ma così si perde la vita di tante storie locali perché basta il trascorrere di un paio di generazioni e se ne perde la memoria. I giovani che sopravvengono, sempre più affaccendati in altre faccende, non hanno più modo di girarsi indietro, occupati – come sono – a darsi un avvenire, come che sia. Al massimo pensano a combattersi tra di loro in un rapido tramonto di antiche abitudini o ad esternare vivaci ossequi a questo od a quell’altro sedicente capopopolo. Sulle strade, dove una volta passeggiavano i “don”, è cominciato il carosello dei nuovi cittadini, anònimi ed affamati d’aria. I contadini, riciclatisi in “ospedalieri” od in metalmeccanici, oggi sopravvivono a bordo delle “Panda”. Chi si è arricchito col proprio lavoro si è costruito il rustico o la villetta, completa di garage e di servizi. Ma chi potrebbe oggi, dopo tanto tempo, togliere dall’ombra degli anni i nomi, le facce e le imprese, felici o miserande, di uomini e di donne che, quando il Molise aveva ancora un avvenire davanti, avevano creduto d’incarnare, in quest’angolo di mondo, l’Autorità e la forza, l’amore e la speranza? Solo un curioso, o un maniaco di simili ricerche, postosi all’impegno di una tale esumazione, saprebbe raccogliere qualche nome, qualche dato, rievocando la memoria fisica di alcuni fatti oramai privi di eco e, soprattutto, vuoti di significato. Il piccolo mondo molisano si compone di modesti agglomerati, ciascuno con una propria storia minuta. Si tratta di comunità dove, accanto ad “intellettuali”, spesso incompresi, vivono pure intelligenze vere (e modeste) che amano non farsi riconoscere. Insomma, in questa crosta di vita che non fa rumore si agitano persone di un certo peso che, facendo fatica a misurarsi con i piccoli (miseri!) avvenimenti quotidiani, amano rifugiarsi nelle storie ‘d’antan’. Soltanto queste eccitano la loro fantasia, molto più di quelle, povere e contingenti, in cui affondano, ignare e felici, le nostre province. Allora questi “bardi” si rivolgono allo studio dei “fantasmi” di un’altra epoca, buoni solo per loro che preferiscono navigare in silenzio, ben sapendo quanto sia importante rivelare l’enorme importanza che hanno avuto i nostri ‘patres’. Qualcuno dirà che questa gente vive fuori dal mondo, lontana (come appare) dalla realtà e da tante altre cose; invece a me pare che questi esemplari umani si siano ritirati nel sito giusto rappresentato dal buono del mondo e dal corretto vivere. La storia dei paesi, delle città e delle regioni ha sempre avuto cultori appassionati e fedeli: uomini disinteressati e moderati, capaci di affrontare un lungo viaggio per compiere una ricerca solo per controllare l’esattezza di un nome o per accertare una data, felici di intrattenere corrispondenza con altri esperti della stessa materia e di tessere una rete fittissima, capace di raccogliere tutti i frammenti di quel grande mosaico che è il divenire delle istituzioni, degli usi e dei costumi. Se questi “cantori” avessero a diffondersi, potrebbero scrivere cose oramai ignote a lettori distratti, più attenti ai tempi avvenire che a quelli passati. Ma, per ricordare quegli eventi, occorre che chi vi si dedichi, s’insinui nelle biblioteche per “ricercarvi” o per inseguire personaggi (anche minimi) su per gli alberi genealogici, soffiando sulla polvere degli Archivi parrocchiali e comunali. Confido che ciò possa avvenire prima che non si abbia più qualcuno a cui raccomandare ed affidare la continuazione di certa storia che può solo riportarci al nostro vero mondo ed a certe realtà. Quando si ha a che fare con i personaggi di un tempo, si è sempre nel giusto e nel buono dei fatti del mondo e della vita. Ogni tanto mi piace di pensare che solo questi “bardi” possano abbozzare – nelle linee generali – pagine che trattino dei fatti, dei luoghi e degli amici, ricostruendo un sito della memoria dove possa riandarsi agli anni ed ai giorni di una vita che (forse!) ci siamo fatti scivolare addosso con troppa ‘nonchalance’.

Di Giuseppe Saluppo

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