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“MO’ VENE NATALE”, QUANDO COI PRESEPI SI PUO’ COSTRUIRE UN MONDO

 

di  Claudio de Luca

Il busillo che affligge una gran parte di Italiani sulla opportunità, o meno, di apprestare presepi ai tempi delle minacce islamiche, non pare avere toccato la 20.a regione dove tutto avviene come un tempo. “Mo vène Natale, nun tènghe denàre, me lègghe ‘o ggiurnàle e me vache a cuccà”. Lo cantavano, in tandem, Renato Carosone e Gegè Di Giacomo, facendo il verso ad un notissimo “réfrain” popolare partenopeo. L’allegra cantilena fa ricordare che la festa più bella dell’anno è in dirittura d’arrivo e che la ricorrenza della nascita del Bambinello comporta l’allestimento di quella particolare iconografia che si sostanzia nel presepe (anche “vivente”, come a Larino, a Guardialfiera, a Campobasso; e da quest’anno anche a Termoli) o nell’allestimento dell’albero. Per Luciano De Crescenzo quello con i pastori (protagonisti obbligati) costituirebbe una tipica espressione ‘d’‘o Sud’ mentre l’abete caratterizzerebbe piuttosto il Nord, un’area geografica dove non si ha tempo da perdere per stare appresso ai “mammuòcce”. Non voglio valutare le ragioni di certe predilezioni perché chi, come me, sta dalla parte del personaggio di Eduardo Luca Cupiello ama sempre e solo il presepe. D’altronde questa commovente semplificazione dell’animo umano non è altro che la miniatura di un mondo che contiene una serie di personaggi unici in ogni senso. L’allusione non va soltanto alla classica Sacra Famiglia, completa della dèbita appendìce animale e dai Re (da Magi diventati Mogi), quand’anche all’intera “popolazione” di terracotta che ha acquisito caratteri specifici al punto di essere riconosciuta da tutti. Ai Meridionali non basta di rappresentare il mondo reale. Essi preferiscono pure inserire taluni figure che si autodefiniscono per il tramite di caratterizzazioni meno convenzionali. I “pastori” classici sono: Cidonio, il cacciatore; Ruscellio, il pescatore; Armenzio e Benino, i pascolanti (quest’ultimo, di regola, dorme); poi c’è Razzullo, lo scrivano; Sarchiapone, il barbiere; Cicci Bacco, il vinaio … Ogni anno, a San Gregorio Armeno (dove viene allestito il “mercato” di Napoli), se ne aggiungono di nuovi prelevati di peso dalle cronache di ogni giorno, come i politici di grido od i Magistrati importanti.

Naturalmente la gran parte dei “classici” è stata prelevata dalla folla di protagonisti de “La cantata dei pastori” di Andrea Perrucci (1698). Tutti, compresi quelli inseriti più tardi per seguire un ovvio canovaccio, costituiscono il gran teatro del mondo che si anima per fare da cornice ad una nascita tanto prodigiosa. Il più enigmatico di questi personaggi rimane Sarchiapone, un barbiere condannato per omicidio (entrato successivamente nella ‘cantata’) che, poi, ha saputo conquistarsi sempre più spazio. A Napoli vanta una storia antica e viene citato per la sua astuzia in un poema di Giulio Cesare Cortese. Più tardi farà coppia con Razzullo. Da dove venga il nome è spiegato da Giambattista Basile e da Ferdinando Galiani. Nel “Pentamerone” il Nostro è un soggetto stùpido, brutto oltre ogni possibile immaginazione. Nel “Vocabolario delle parole del dialetto napoletano”, il lémma “Sarchiòpio” acquista nobilità etimologica e viene fatto risalire al greco. Quel termine corrisponderebbe a “pezzo di carne con due occhi”. Invece, per l’abate Galiani, si tratta di un personaggio “avveduto, scozzonato, ippocrita, furbo”. Insomma sarebbe contemporaneamente astuto e dabbene, comunque caratterizzato da un qualcosa che più negativo non potrebbe essere. Nell’ambiente giornalistico, per definire un articolo “allungato” oltre misura (menando il can per l’aia solo per coprire sino in fondo lo spazio di righe previsto nel modulo assegnato al giornalista), si ricorre ad una sintetica perifrasi. Cosicché di tutti coloro che scrivono, usando terminologie verbose e fini a sé stesse, senza documentare ciò che argomentano (ma semplicemente arrampicandosi sugli specchi), si dice che praticano un “sarchiaponismo consideratorio”. Taluni sono così versati in quest’arte del ‘cazzeggio’ puro e semplice da dedicarvisi – sui giornali locali – con uno slancio tale da permettere loro di meritare, senza esagerati infingimenti, il nomignolo (poetizzante ed impegnativo) di “Sarchia Pound”.

Di Giuseppe Saluppo

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Un Commento

  1. Il presepe è la forma più vera del Natale. Natale, d’altronde, significa natività e quale modo migliore per celebrare la nascita (quella con la N maiuscola) se non attraverso il presepe, tanto voluto da San Francesco ed oggi apparentemente soppiantato dal “pensiero unico” dell’albero. Per fortuna, oltre al pensiero unico c’è anche un altro mondo possibile, e questo mondo è infinitamente più ricco e rispettoso dell’uomo dell’altro.

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