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Mercato coperto, la brutta storia di una brutta città

Egregio direttore,
Provi a visitare questo sito: www.mercatoalbinelli.it: è il mercato coperto di Modena, un’istituzione in città, che diventa, dal lunedì al sabato, un tripudio di colori, profumi, parlate dialettali, risate, degustazioni gratuite, aperture notturne straordinarie in occasione del Festival della Filosofia e di altri eventi importanti per la città.
Nell’organizzazione del sito (e nel fatto stesso che ci sia un sito per un mercato coperto!) noterà quello che più ha reso famosa l’Emilia-Romagna nel mondo: la mentalità imprenditoriale. Non pretendo che Campobasso arrivi a tanto, ma non posso, in quanto cittadina, accettare che il nostro Mercato Coperto versi in una situazione di abbandono che ha dello scandaloso. Per sentire quel tripudio di odori che si respiravano fino a che c’erano tanti banchi di frutta e verdura devi chiudere gli occhi e lavorare di fantasia. Per udire qualche parlata sgangherata e cantate di contadini devi concentrarti, nella speranza che qualche suono giunga alle tue orecchie. Per immergerti, insomma, in quella sana atmosfera che contorna i mercati rionali devi pensare di trovarti in un altro mercato e non lì, dato che si è perso praticamente tutto di quello che c’era prima.
Mi chiedo e le chiedo: come può una piccola realtà come Campobasso snobbare questa dimensione e puntare invece  sui centri commerciali, sulle birrerie, sulle bracerie, e banalità di questo genere? Chi è il campobassano per potersi permettere di fare spallucce nei confronti di attività commerciali come quelle che si svolgono all’interno dei mercati coperti? Se una città come Modena, che è tre volte più grande della nostra, può dare spazio a questo tipo di realtà, considerandola addirittura un motivo di vanto, perché non dovrebbe farlo Campobasso?
Il modenese medio è orgoglioso del suo mercato coperto, si sente soddisfatto quando fa i suoi acquisti lì piuttosto che perdere il proprio tempo negli spazi sterminati e senz’anima dei supermercati. E’ davvero piacevole vedere signore di una certa età recarvisi in bicicletta e ritornare a casa con la spesa nel cestello della bici. E’ ancora più piacevole osservare gente altolocata che si mescola, senza problemi, a gente di più modesta estrazione: tutti vanno orgogliosi di quel sito, quindi tutti, indistintamente,  usufruiscono dei suoi servizi.
Mi chiedo, in tutta franchezza, dove vogliamo andare se ci stiamo progressivamente spogliando di questa dimensione. Campobasso sembra non avere più anima, perché si sta spersonalizzando, arrivando ad essere un ammasso confuso di case e persone che vi conducono stancamente la loro vita.
Molto, molto deludente.
Cordiali saluti
Mara Iapoce

Di Giuseppe Saluppo

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8 commenti

  1. Maria Teresa Marcantonio

    Un disastro voluto da tanti, inaccettabile per una piccola città come Campobasso che dovrebbe fare di tali realtà il proprio fiore all’occhiello. Non capisco che cosa si voglia per questa città, ormai in caduta libera: che chiuda per cessata attività, alla pari di un esercizio commerciale??

  2. Direttore, ha usato proprio le parole giuste: la brutta storia di una brutta città. Campobasso, ce lo siamo detti tante volte, e’ ormai una GRAN BRUTTA CITTÀ. Sarebbe disonesto e pressappochista negarlo. Quei pochi che s’indignano verso questo inaccettabile stato di cose, compresa la sottoscritta, vi vivono male, si fanno venire l’ulcera perché vorrebbero cambiare lo status quo, coinvolgere tante persone, e invece fare un’immensa fatica nel reperire adesioni. Perché? Perché i campobassani non si sentono parte integrante della città. Laddove il cittadino si sente parte di un tutto, lotta per esso, e quindi le cose vanno decisamente meglio! Provare per credere.

  3. Mariachiara Amodio

    Oggi sono stata a comprare frutta e verdura al mercato coperto: una desolazione senza fine. Tutte le volte che ci vado non posso non pensare all’ambiente popolato e dinamico che era fino a qualche anno fa. Qual è stata la molla che ha fatto scattare l’abbandono? Come può, una situazione del genere, andar bene al campobassano? Signori, sveglia!!!

  4. Tutto tristemente vero. Fa rabbia e desta grande sconforto recarsi al mercato coperto ora. Non può rivivere solo attraverso iniziative natalizie. Deve rinascere come luogo di vendita di prodotti della terra e generi alimentari locali, punto. Come accade a Modena, si creino iniziative di degustazione fatte da esperti, preparazione di manicaretti con i prodotti in vendita. Si faccia lavorare il cervello, come si fa in tutte le città normali!

  5. Silvana Leccese Bardi

    Ecco, signor Paolone, il problema è proprio questo: a Campobasso sembra che il cervello lo abbiano spento in tanti, quindi ci si riduce a non alzare un dito per la città, a stupirsi (addirittura) quando qualche cittadino come me si indigna nei confronti di tali storture, lo dice apertamente e tenta di prendere iniziative risolutive o tamponatrici. Si stanno usando male i propri talenti, per usare una parabola evangelica, ed ecco i risultati: una città senz’anima, come ha scritto la signora Iapoce, priva di un’identità da difendere e portare alta come uno stendardo, un capoluogo fatto di persone tristi, isolate, poco coese, legate al proprio piccolo universo e slegate dalla realtà in cui vivono. A Termoli tutto questo non accade, infatti vedete che fior fiore di città sta diventando, e a fronte delle solite polemiche fatte per partito preso, il sindaco andrà avanti sul progetto “tunnel”: è questa la differenza, signori!!

  6. Di mercati coperti ce ne sono tantissimi in Italia (e io l’Italia l’ho girata), ma nessuno -dico nessuno- versa in queste condizioni. Rimane ancora da spiegare come mai nel capoluogo regionale si lasci tutto andare, non ci si indigni quando ciò accade, e si continui a vivere come se niente fosse. Davvero: è un caso da studiare!

  7. Massimo Mangialardo

    Partiamo da questo presupposto: quasi nessuno vuole più alzare un dito per la propria città. Sempre più rinchiuso nel proprio mondo, il campobassano medio si crogiola nel pensiero che l’importante sia sistemare i propri figli e fargli un panegirico pubblico -non richiesto da nessuno- se raggiungono determinati traguardi, comprarsi la seconda o terza casa con chissà quali soldi e quali dichiarazioni dei redditi, ostentare la conoscenza di certi luoghi oltre confine dopo aver speso qualche migliaio di euro per visitarli, mettere in mostra le marche del momento durante una di quelle parate pavonesche che si chiamano “stese per il Corso”.
    Come direbbero gli inglesi, la “bottom line”, la linea di fondo è: non si lotta più per raggiungere un obiettivo che faccia bene alla città, non ci si prova neanche. Si mettono le braccia conserte e si lascia a qualche ipotetico genio della lampada la soluzione a tutti i mali. Tutti coloro che avevano il loro esercizio al mercato coperto e che ora non ci sono più non hanno fatto altro che questo, anziché consorziarsi e, con iniziative congiunte, opporsi allo strapotere di supermercati e centri commerciali.
    Non venite a raccontarmi che non è facile, perché altrove di centri commerciali e supermercati ce ne sono più che da noi: si è semplicemente detto basta al loro regime di monopolio e, attraverso iniziative intelligenti, si è riusciti a sopravvivere con esercizi votati ad una dimensione più umana, di prossimità e orientati alle tipicità del territorio.

    • Donatella Autieri

      Verissimo, Massimo. Ha tracciato un’immagine triste, ma veritiera del capoluogo di regione, un capoluogo che si sta progressivamente spersonalizzando e che non vuole neanche provare ad interrogarsi sul perché di una tale decadenza.
      Nel mio piccolo, continuerò a lottare per cambiare questo penoso stato di cose cercando di coinvolgere i più in iniziative di rinascita, ma è scontato che se non si è in tanti, i risultati saranno parziali.

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