Home / Cultura / LUCIO DALLA VISTO DA VICINO: QUANDO I POLITICI LO TIRAVANO PER LA GIACCA

LUCIO DALLA VISTO DA VICINO: QUANDO I POLITICI LO TIRAVANO PER LA GIACCA

 

di  Claudio de Luca

Col passare degli anno, l’onda delle emozioni si è placata; cosicché, dopo la sua morte, di Lucio Dalla si ricorda soltanto chi lo ha amato. Ricordate quando i politici si “immersero” nella commozione popolare, facendo di tutto per tirare (metaforicamente) la giacca al cantautore a cui vollero attribuire inesistenti ascendenze regionali. Raisi (An) lo definì “un grande Bolognese” ed Errani (Ds) “un grande Emiliano”; Vendola ipotizzò una sua presunta “pugliesità”, solo perché amava le Trèmiti (dove aveva una casa e si recava per molti mesi all’anno) e qualcuno azzardò persino che era un amico del Molise solo perché le Diomedee sono considerate un arcipelago nostrano. Poi c’è stato chi ha detto che era lombardo di diritto (Pisapia) per certe sua canzoni sul capoluogo meneghino; che era fiorentino (Renzi) per essere stato un “innamorato della Città”; che era napoletano (il Sindaco De Magistris) perché aveva “saldato la musica pop alla canzone classica napoletana”; che era siciliano (Fabio Granata) “per cultura e per scelta”. Insomma, a quella povera salma fecero attraversare una crisi di identità tale da far paura. Molto più sobriamente, come peraltro è suo costume, la deputata “dem” Anna Paola Concia tenne a ricordare:”Il mio primo bacio ad una donna l’ho dato mentre cantavamo sulla spiaggia i suoi brani”. E pensare che, in vita, Lucio – a chi gli diceva “quando sarai morto, verranno i politici a farti visita” – rispondeva sorridendo:”Allora è meglio non morire!”.

Esaurito il “Ghota”, avrebbe piacere di rivangare qualche ricordo pure il vostro cronista. Il mio primo ricordo di Lucio rimonta ai primi Anni ‘60 quando – da poco – ero arrivato a Larino da S. Maria C. V. (Ce). All’epoca sarebbe stato difficile ascoltare musica perché essa veniva diffusa soltanto dai “juke-box”; ma, per fare funzionare quelle macchinette, occorreva inserire monetine di cui  non  sempre si poteva disporre. D’altronde i 45 giri di vinile nero costavano troppo per poterseli permettere. Per fortuna io abitavo proprio di fronte ad un negozio che usava diffondere canzoni per pubblicità. E così potei ascoltare “Pezzo 0”, un lato “B” che faceva onore alla vena jazzistica del “bulgnais”, ostentando una modulazione vocale estremamente simile alle carezzevoli e rotonde circonvoluzioni clarinettistiche. Fu quello il mio primo impatto con Lucio Dalla che, più tardi, potei persino apprezzare nelle vesti di attore in un film in bianco e nero in cui (brutto come uno scimmione peloso) interpretava la parte di un confinato politico detenuto in una di quelle isole prescelte dal regime fascista per tenere lontani dalla vita pubblica gli avversari. Già allora quel cantante era un personaggio che “tirava”, che incuriosiva. Trascorrono un po’ di anni e, da universitario, presi a frequentare i portici di Bologna. Avendo appreso che allora dimorava in piazza Cavour, mi ci recavo spesso nella speranza di poterlo incontrare. Finalmente mi si materializzò, sia pure per un fascio di secondi, e lo vidi fuoriuscire come un proiettile dal portone di casa. Inforcava un enorme motociclettone, mentre, seduta dietro di lui, c’era una di quelle “strafiche”, cantate da Fred Buscaglione. Solo molto più tardi, laureato, sposato ed incardinato in un posto fisso, potei permettermi di acquistare musica; e fu allora che riuscii a dotarmi di tutte le musiche di Dalla. Il cantante faceva parte dell’immaginario collettivo e di lui aveva a raccontarmi piccoli episodi un amico dalla voce magica, come quella di Nico De Palo dei “New Trolls”, che faceva piano-bar alle Trèmiti e che aveva occasione di incontrare e di discorrere con il Maestro tutte le sere. Infine potei incontrarlo in “Sala borsa” a Bologna. Si sorreggeva con l’aiuto di un sottile bastone di canna, come quello di Charlot, ed i suoi “capelli” rossicci (un parrucchino!) una volta tanto non erano celati sotto quei suoi classici copricapo. Tant’è che salutava, sollevando il toupet con la mano destra, quasi che fosse stato un cappello. Ora che Dalla non c’è più, rimane la sua musica e – purtroppo –  il chiacchiericcio dei politici. E l’uomo del “Disperato erotico stomp” rimarrà una figura miliare del pop d’autore italiano.

 

Di Giuseppe Saluppo

Potrebbe Interessarti

Gam, nuovi problemi

Un passo in avanti e due indietro. Sembra essere questa la storia della cassa integrazione …

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*