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L’inno di Mameli è diventato ufficiale proprio dopo l’eliminazione dell’Italia dai ‘Mondiali’

di Claudio de Luca

“Fratelli d’Italia” è stato prescelto quale inno ufficiale della Repubblica dopo di essere rimasto “provvisorio” dal 1946 ad oggi. “Ma non si vergognano – hanno scritto sui ‘social’ -.  Curiosamente è stato deciso proprio dopo l’eliminazione dai ‘Mondiali’ dell’Italia, quando un inno non serve più. Eppure Mameli si era immolato a vent’anni per un ideale che oggi nessuno sembrerebbe vivere più. Siamo e resteremo un popolo calpesto e deriso!“. Fosse solo questo, passi! In altri tempi, a farci cadere le braccia fu la Siae che – sino all’aprile del 2010 – si faceva pagare un centinaio di euro per ogni esecuzione di “Fratelli d’Italia” effettuata in pubblico. La pretesa tributaria faceva sì che i Comuni più accorti preferissero non farlo più eseguire dalle bande cittadine durante le celebrazioni patriottiche. Ma la curiosa omissione non aveva mai attirato l’occhio della Stampa che non si era premurata di registrare particolari mugugni da parte degli Italiani. L’obbligo di versare il diritto era ignoto ai più e ne è stata svelata l’esistenza solo di recente, quando l’Associazione dei consumatori (Aduc) fu posta a conoscenza del fatto dopo che il Presidente del Consiglio comunale di Messina, incappato nei rigori della Società, inviò all’allora Presidente Giorgio Napolitano (perché ne avesse piena conoscenza) copia  della fattura Siae recapitata ad una onlus “rea” di avere fatto suonare il popolare inno, patrimonio di un intero popolo, nel corso di una manifestazione.

Su precisa richiesta, la Società esattrice aveva reso noto pure il tariffario dell’esecuzione: 290 euro, se la musica fosse stata eseguita prima e dopo una partita nazionale, ed a seconda della capienza dello stadio; 40 o 60, per una gara di seconda categoria; 146, per un evento degno di essere ospitato da un Palazzetto dello Sport; diritto di noleggio (da corrispondere agli editori della musica), se i versi di Novaro fosse stati cantati in un teatro, in forma concertistica. Insomma, nonostante i due Autori del Canto degli italiani (il poeta Goffredo Mameli ed il succitato musicista Michele Novaro) fossero deceduti da oltre un secolo, la Siae continuava a pretendere un centinaio di euro solo per il noleggio dello spartito per poi versare i diritti all’editore Sonzogno. Meglio conosciuto come “Fratelli d’Italia”, l’Inno di Mameli fu “provvisoriamente” adottato dalla Repubblica italiana sin dal 1946. L’immediatezza del contenuto dei versi, e l’impeto della melodia, ne fecero il canto più amato dell’unificazione nazionale non solo durante il Risorgimento quand’anche nei decenni successivi. Non a caso Giuseppe Verdi, nel suo “Inno delle Nazioni” (1862) affidò proprio a questo brano (e non alla “Marcia reale”) il compito di simboleggiare la Patria. Il bello è che, mentre il citato editore ha continuato a percepire i “suoi” diritti, il povero Novaro non trasse mai alcun vantaggio economico dal suo più famoso componimento, manco dopo l’Unità d’Italia. Poi, negli ultimissimi anni, a seguito della denuncia dell’Aduc, la Società italiana autori ed editori ha innestato la retromarcia; e, dal maggio del 2010, non riscuote più alcunché. “La notizia ha fatto insorgere troppi equivoci che poi sono stati utilizzati strumentalmente per attaccare la Siae sui media”, disse il Direttore generale, chiudendo la partita.

A questo puto sia consentita una nota a margine. Com’è noto, nel 2011 sono stati celebrati i 150 anni dell’Unità d’Italia. Se questa tassa non fosse stata abolita, l’evento sarebbe stato ben più silenzioso. Ma, quando in Molise si è proceduto alle manifestazioni di maggio con le “carresi”, meno male che non è venuta fuori qualche gabella pure sull’inno di San Pardo o di San Timoteo. Ma non solo. Pensate alla massiccia evasione relativa all’inno di Mameli in cui sono incorse le varie bande molisani ogni qualvolta l’hanno eseguito in pubblico, prima del 2010, nell’occasione del IV Novembre o del 25 aprile o del 2 giugno.

Di Giuseppe Saluppo

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