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Di Lena, Napolitano, Bondi, Cerri e Catalano: il difficile vernacolo dei poeti molisani

 

di Claudio de Luca

 

Il larinese Pasquale Di Lena, fra le sue molteplici (ed importanti) attività, ha inserito anche la poesia in vernacolo. Ultimamente la laboriosità culturale (suo preciso tratto distintivo) gli ha permesso di affidare ai ‘social’ un peàna ai dialetti ed alla lingua italiana in un momento in cui queste straordinarie espressioni d’identità rischiano di rimanere schiacciate dall’avanzare della lingua inglese. Vi si è dedicato nell’occasione della ristampa (dopo 28 anni dalla prima apparizione) del suo volumetto di liriche (‘U penziére’), espresse in dialetto larinese, ‘una tantum’ tradotte anche in inglese quando la raccolta fu diffusa in Canada e negli Usa. Proprio a New York, “tra centinaia di persone, che non conoscevano manco l’italiano”,  fu applaudito perché, evidentemente, l’Autore aveva saputo dar forza al suo dialetto.  Con èsiti diversi (dal punto di vista della comprensibilità)  ha poetato anche l’11° Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Una rivista (‘Poesia’) lo rivelò Autore della raccolta “Pe cupià ‘o chiarfo” (“Per imitare il temporale”). A chi, una volta scoperto, gli domandò perché non si fosse mai palesato, rispose:”Perché, col mio nome, avrebbero dedicato al libro servizi, recensioni e premi”. Quei testi videro la luce nel 1994. L’Autore si era tenuto nascosto dietro il “nom de plume” di Tommaso Pignatelli che, nel 1600, voleva liberare il Regno di Napoli dal giogo spagnolo. “Pe cupià ‘o chiarfo” (un libretto di 76 pagine) si presenta con un lessico di parole rare che consentono di penetrare nella più pura tradizione linguistica locale. ”Piscegràzia” è entrato nella poesia partenopea:”’A vacanzia è fernuta e me garbizza / sto chìarfo ca ‘ncarma / l’appecundria. E’ meglio stracquà, / ‘ecampiglie arroventano scaiènze /’e l’autunno ca ‘nzarda into culore / do vignale e s’aggranfeca zumpanno / ‘nzi lo core. Ca mmùmmera aggubbata / selluzzo pe sbarìamiento, forse / pe cupià ‘o chiarfo, po piglià pe fesso”. Manco Pino Daniele avrebbe capito qualcosa di questi 9 versi che, ai non addetti, danno l’idea della “parlesia” napoletana dei ‘rom’ e dagli artisti di varietà della Galleria Umberto (per non farsi comprendere dai “profani”). “Piscegrazia” vuol dire “Strascico” e l’interpretazione autentica del testo è la seguente:”La vacanza è finita e mi piace questa pioggia violenta che benedice la malinconia. E’ meglio desistere, le promesse diventano bisogni dell’autunno che preme nel colore della vigna e s’arrampica – a sussulti – fino al cuore. Col capo piegato singhiozzo per distrazione, forse per imitare l’acquazzone, per prenderlo in giro“. Ma l’idioma è cifrato, riservato ad un ristretto gruppo d’iniziati; cosicché capirne il contenuto non lascia intendere appieno cosa abbia voluto comunicare di privato il Presidente.

          Tra i poeti molisani occorre citare Giovanni Cerri ed Ermanno Catalano, entrambi di Casacalenda, esempi di correttezza grafica. Quando si poeti in vernacolo (dove le regole scritte non esistono), non si ha manco l’idea del problema che si affronta. E, difatti, non sono molti a padroneggiare la corretta scrittura. Grave errore è quello di eliminare le vocali finali che, seppure deboli, debbono essere comunque scritte, se non altro per capire se ciò di cui stiamo parlando sia uno o molti, un maschio od una femmina. L’allora Coordinatore nazionale di “Forza Italia” Sandro Bondi, venuto a Napoli, nel 2007, aveva assistito al musical “Scugnizzi” e, in seguito, aveva proposto a “Vanity fair” una poesia dal titolo “Perché amo gli scugnizzi”. Il testo era il seguente:”Scugnizz, / voc ‘e vita / che fann tremmà l’anema. / Lava cucent, / sciumm ‘e rragg, / orgoglio, resatella. / Canto ‘e perdizion / e pregghiera. / Amo ‘e scugnizz cchiù / ‘e te Signor mio”. Si nota subito che i versi – dal punto di vista ortografico – sono una vera “schifezza” perché l’onorevole tronca le parole, raddoppia a casaccio le consonanti ma presume di scrivere in partenopeo e l’intonazione del testo vorrebbe persino invasa da bagliori sociali. Purtroppo quella di Bondi è solo un coacervo di banalità. Collocare queste figure su di uno sfondo di “fiumi di rabbia”, di “lava ardente”, di “perdizione e preghiera” vuol dire chiudere Napoli in una gabbia di stereòtipi, ingessandola in una cartolina irreale. Ben altra è la “grafia” di Ermanno Catalano (+) che si colloca nella poesia in vernacolo con tre raccolte:”I tiempe càgnene”, “A mente ggire” e “Cirri e nembi”.  Della sua produzione ebbero a parlare il prof. Sebastiano Martelli, allievo del Manacorda, ed il latinista Ettore Paratore. Una delle liriche più belle (“Pure l’àngele z’enqiete”) è un classico esempio di come debba scriversi in vernacolo. Per capire basterà sottolineare come il Catalano si sia preoccupato di risolvere il problema della fricativa postalveolare sorda (l’”esse” impura), presente in tanti dialetti del Meridione:”Vedisse quanta ggente vè ognuòrne, / e sc-tu pressèpie guarde e s’u remmìre …”.

 

 

 

 

Di Giuseppe Saluppo

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