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Lavoro che non c’è, riflessioni sulla Festa dei lavoratori

di Giuseppe Saluppo

La chiamano festa dei lavoratori, ma in realtà il 1° Maggio, ormai da qualche decennio, si è trasformato in una cerimonia funebre. Con la disoccupazione schizzata al 13% e quella giovanile (15-24 anni) che supera il 44%, con disoccupati e inattivi che vorrebbero lavorare ma non hanno prospettiva che arrivano al 25%. Festa del Lavoro? Si è già parlato, più o meno scherzosamente, del suo opposto: festa del non lavoro. E dunque, se così è, si può ancora parlare di festa? E’ vero, ci sono timidi segnali di ripresa ma, purtroppo, restano forti criticità. Con la disoccupazione giovanile alle stelle, una tassazione soffocante e un territorio che invecchia. E’ la fotografia, per certi versi impietosa, del nostro Molise. I numeri descrivono un territorio che procede a tentoni, alla ricerca di un rilancio possibile ma sostanzialmente fermo. Un primo maggio in cui il senso della festa è sostituito dalle preoccupazioni per il futuro, per il lavoro che non c’è; sostituito da quel senso di precarietà, dalla paura del domani, dal rischio di non farcela, non solo di chi il lavoro l’ha perduto, ma anche di chi il lavoro non l’ha ancora avuto: i nostri figli. Il “libero mercato del lavoro” sta spingendo i nostri giovani fuori dalla Regione, trasformandola in una terra di vecchi dove si sta rinunciando all’energia vitale, alla creatività, alla capacità di lavoro e di progetto perché  i giovani saranno sempre più, una minoranza. Dovrebbe dunque essere chiara l’enormità economica, politica, umana della questione del lavoro, dove le aziende chiudono i battenti e nessuna capacità politico- progettuale  crea alternative credibili  di crescita. L’unico binario percorribile per inseguire un futuro migliore e regalare alle nuove generazioni un mondo del lavoro diverso è la legalità, la dignità e il rispetto della vita. Ideali limpidi da proteggere e rivendicare ad ogni costo. Perché, disoccupazione e precarietà uccidono il futuro e l’economia.

Di Giuseppe Saluppo

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4 commenti

  1. Ormai risulta inutile ripetere il solito adagio. Chiunque si sia susseguito al governo della regione l’ha affossata con le sue politiche clientelari, con la mortificazione delle vere risorse quali l’agricoltura e le piccole aziende manifatturiere. Il Molise e’ così divenuto una regione di liberi pensatori, di colletti bianchi, di gente che non vuole sporcarsi le mani. Dato che molti di quei posti di lavoro non erano necessari, in un periodo di crisi come quello attuale i nodi sono venuti al pettine. Se penso che godiamo ancora di un’autonomia che non ci siamo meritati e che alle prossime elezioni si ripresenterà chi ha contribuito in modo consistente allo sfascio, mi viene il capogiro.

  2. Elisabetta Sciscenti

    Quando passo dinanzi allo zuccherificio di Termoli, mi si stringe il cuore. Uno dei simboli del manifatturiero molisano, scardinato dalla politica locale, e’ divenuto il simbolo dell’ottusita’ di chi si è voluto intromettere nella gestione aziendale, non volendo capire che l’unico compito della politica e’ creare quelle condizioni normative, fiscali, sociali per fare impresa in santa pace. Chi fa impresa sono i soggetti privati! Nord docet.

  3. Gianpaolo Libertucci

    Beh, abbiamo gente che, nonostante abbia commesso dei disastri durante il suo mandato, ed in barba ad indagini giudiziarie, si ripresenterà alle prossime regionali. Quello che conta, in questa regione, e’ coltivare il proprio orto, disinteressarsi altamente del Bene Comune e far sì che ci siano fasce di popolazione sempre più in difficoltà. Quando finirà questa autonomia??

  4. Neanche le continue chiose sui giornali o le levate di scudi in piazza riescono a scuotere la classe politica. Poi dobbiamo sentirci dire, da chi ha già governato la regione, che le attuali scelte politiche in materia sono insufficienti. E voi dov’eravate, signori professori? Una regione di colletti bianchi e’ diventata, un insieme eterogeneo di monadi che si muovono per conto proprio senza mai incontrarsi, un ammasso di gente con la puzza sotto il naso che guai se il figlio lavora la terra o va in fabbrica piuttosto che fare il medico o l’economista della Bocconi. Il disastro lo abbiamo creato anche noi cittadini con questa mentalità balorda. Ad minora, non ad maiora!!

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