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CON L’ARCHEOLOGIA DEL SENTIMENTO NON SI PRATICANO LE VIE DEL FUTURO


di Claudio de Luca

Quello della ventesima regione è un mondo provinciale dove operano rarissimi circoli filosofici ma tantissime feste di piazza. Le mostre d’arte sono sporadiche, ed i Paesi “profumano”nelle feste solo per certi croccanti assaggini di pane locale intinto nell’olio nuovo. Periodicamente, sotto una volta di stelle, si apprestano delibazione di cavatelli (rigorosamente serviti in piatti di plastica) per comporre il rosario di un rito annuale che, un tempo, si sarebbe impreziosito per il tenersi di una corsa nel sacco, come usava quando era possibile trovare comunisti alle “Feste dell’Unità”. Peccato che oggi non esistano più i comunisti e manco il quotidiano fondato da Gramsci. In questa crosta di vita che non fa rumore le giornate trascorrono calme. Al massimo si ascoltano le invettive di chi vive delle memorie di Latini, di Romani, di Pentri e di Sanniti, magari senza rendersi conto che questi nostri nonni del nonno del nonno del nonno … si atteggiarono permeando l’ambiente di sé stessi e lasciando traccia ancora oggi, almeno quando c’è un Esecutivo comunale che recuperi il passato. La memoria, che ci àncora ai Latini, dovrebbe farsi maestra di vita e produrre, trasmutando, nuovi principi vitali. Soltanto così certi ricordi potrebbero farsi positivi, modificandosi nella continuità per affiancare progetti che predispongano all’avvenire. Pensare al passato può essere bello, può elevare lo spirito, ma rimane pur sempre un esercizio autoreferenziale ove non consenta di affacciarsi alla feritoia spaziale da cui aprire effettivamente gli occhi per fondare prospettive odierne sui tempi andati. Purtroppo, in ispecie dopo l’avvento (e la prepotenza) dei ‘social’ si blatera su tutto, senza costrutto; ed un argomento ne trascina un altro. Così, “more solito”, si finisce col parlare dell’avvenuta manomissione della natura, delle stagioni che non sono più quelle di una volta; e si toccano con mano la vanità di personaggi pronti solo a decantare la bellezza di un tempo od a criticare la manipolazione dei cibi e delle bevande.

Un tempo il mondo contadino molisano era incorrotto, regolato su tempi lunghi, ancorato ad una peculiare economia, a riti particolari, fermo sulla medicina e su credenze ancestrali. Ma donne ed uomini avevano vita corta, nonostante l’aria ed i cibi genuini. La fatica era pesante, l’alimentazione monotona e la povertà viaggiava ai limiti della sussistenza; i cugini sposavano le cugine e si viveva (e si dormiva) in piena promiscuità. Nella sostanza, quell’Eden contadino altro non era che una sorta di inferno in terra. Perciò, vogliamo ritornare al degrado materiale e psicologico di un tempo oppure, divenuti artefici del nostro destino, avvertire che è l’ora di evolvere per modificare il Molise a vantaggio di tutti? L’opzione rimane improponibile per chi continui a baloccarsi di feste, di sagre, di ruderi, senza riuscire ad accorgersi che questa nostra società sta andando a rotoli. Oggi un imprenditore non è invogliato ad atterrare in un’area dove far viaggiare le merci prodotte significa dovere usare ancora la tradotta; e dove l’assenza di un indotto è tale da costringere gli operatori ad approvvigionarsi altrove dei beni utili all’intrapresa. Se non si riesce ad attirare capitali, si continuerà a convivere con una realtà fatta di indici di dinamicità economica tali da porre Campobasso ed Isernia sui gradini più arretrati dell’Italia che lavora ad onta di quel che racconta il Presidente Frattura e la on. Venittelli Perciò, fidando unicamente nelle nostre forze, si smetta di campare di memorie! E’ più produttivo vivere la bellezza dei ricordi antichi senza ridurli ad una mera archeologia del sentimento. In definitiva, essi dovrebbero servire solo a filare la tela che porta a praticare le vie del futuro. Il richiamo alle rovine, ai tempi andati, non ci ha visti risorgere; perciò il ricordo del passato dovrebbe riconfermarci nella saldezza dei principi, affermando una ricostruzione futura con l’ausilio delle forze disponibili, senza più distinguere tra le appartenenze che oggi, politicamente, rappresentano pura apparenza.

Di Giuseppe Saluppo

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