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Finalmente si torna a parlare di Mezzogiorno

di Giuseppe Saluppo

 

Finalmente si è tornati a parlare di Mezzogiorno. Domanda: l’Italia ha ancora una politica di sviluppo per le sue regioni più arretrate (Mezzogiorno), così come previsto dall’articolo 117 della Costituzione? La domanda è opportuna, perché si tratta di una politica necessaria; molto importante per il rilancio del paese. Necessaria perché le condizioni dei contesti economici e sociali al Sud (infrastrutture e servizi) sono ancora assai peggiori rispetto alla media italiana, che è a sua volta spesso inferiore a quella europea; perché occorre contrastare fenomeni di polarizzazione delle attività economiche, particolarmente forti in Italia, che ostacolano gli investimenti privati nelle aree deboli; perché il quadro internazionale, anche europeo, ha notevolmente incrementato la “concorrenza localizzativa” fra le aree deboli; non da ultimo, perché le politiche dell’austerità stanno incrementando i divari regionali, e il Sud ha andamenti economici pessimi dal 2010 in poi. Ma vi sono forti dubbi che questa politica esista ancora. In primo luogo guardando ai numeri. Le risorse aggiuntive per il Mezzogiorno (fondi europei, cofinanziamento, FAS-FSC) erano il 2,1% della spesa pubblica primaria italiana nel 2000-02 e sono l’1,1% nel 2011-13.  In secondo luogo per motivi politici. Fatta salva la breve azione dei ministri Barca e Trigilia (2011-2013) l’interesse degli ultimi esecutivi per il tema è praticamente inesistente. Nell’attuale governo non è vi è più nemmeno un ministro/sottosegretario che abbia la delega alle politiche di coesione. Il poco che si fa ha rilevanti problemi di qualità e di attuazione. Dispiace che proprio mentre le aree deboli del paese stanno sperimentando la peggiore congiuntura economica della loro storia unitaria, le politiche per il loro sviluppo siano caratterizzate da così tanti problemi. Non sembra lungimirante, nell’interesse dell’intero paese, e della sua collocazione in Europa.

 

Di Giuseppe Saluppo

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