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IL FASCINO (POCO) DISCRETO DEI BRIGANTI MOLISANI D’ “’A ‘GNORA AVA”

 

di Claudio De Luca

Al Ministro Farini era stato assegnato l’ònere di  contrastare il brigantaggio meridionale:”Che paesi sono questi di Molise e di Terra di lavoro?Questa è Africa – riferì  subito a Cavour una volta conosciuto il Campobassano -. I beduini, a confronto di questi cafoni, sono fior di virtù civile”. Le ribellioni erano state sobillate dai Borboni; e la patria di Cuoco era stata travolta dalle sommosse dei contadini e dalla irruzione di uomini armati, al comando di Ufficiali dell’Esercito borbonico che – in molti casi – ripristinarono l’antica Autorità. I contadini difendevano i propri elementari interessi economici; ma, più tardi, rivendicarono politiche che rivelarono una loro inaspettata fedeltà alla vecchia corona. Nel 1861, tra Abruzzo, Molise e Sannio, operavano 54 bande per complessivi 216 uomini. Agivano al confine con lo Stato pontificio, nell’entroterra irpino e nel  Salernitano, ma altre erano attive in Puglia, in Calabria e nel Napoletano. Il fenomeno era talmente accentuato che, prima di arrivare, il generale  Cialdini pubblicò un bando:”Fucilerò tutti i paesani che piglio armati”, volendo significare  che la pena di morte avrebbe colpito chiunque fosse stato sorpreso, “con parole, con denaro o con altri mezzi, eccitato i villici ad insorgere; o a coloro che, con parole o con atti, avessero insultato lo stemma del Savoia, il ritratto del Re o la bandiera nazionale”.

Le bande proliferavano. Uno dei primi “capi” fu Luigi Alonsi di Sora detto “Chiavone”, con un ascendente brigante in famiglia, che si proponeva di “cacciare il Re piemontese, marciare su Torino e restaurare Francesco II al posto di V. Emanuele II”. Il soprannome gli era stato appioppato per la chiave di casa che portava appesa al collo, sin da bambino; ma gli era stato attribuito anche per le abitudini di intrattenere fugaci rapporti con l’altro sesso. Prima militare di carriera, poi guardia forestale comunale, i Borbone videro in lui il soggetto capace di raccogliere il malcontento ad onta del suo carattere, difficile da imbrigliare. Il valore esibito nel combattere i Savoia gli favorì l’accesso alla nomina di Comandante delle Reali armi di Terra di lavoro e di Molise. Nel 1861 la regione diventò una sorta di inferno, ed i morti si contarono a centinaia. Il gen. Cialdini ordinò di far muovere truppe di Bersaglieri e di Carabinieri da Campobasso, assieme ai soldati del “XXXVI Fanteria”; però il Sannio resisteva, e gli uomini del brigante “Picuozzo” potettero sfilare a fatica a Casalduni,  esibendosi in una sorta di “trionfo” alla stregua dei condottieri dell’antica Roma.

Un censimento dei morti ammazzati in regione sarebbe difficile da redigere, tante erano le bande che occupavano villaggi, proclamavano Governi provvisori, colpivano e poi si disperdevano. Certamente per i briganti era molto più facile combattere; al contrario che per i soldati piemontesi il cui equipaggiamento rimaneva identico a quello invernale persino nel mese di agosto. Soltanto il corredo esterno (zaino, fucile e munizioni) pesava 30 kg. Fu il generale Pallavicini (Comandante delle truppe di Terra di lavoro, Abruzzi e Molise) che se ne rese conto e che provvide a risolvere il problema, alleggerendo l’armamentario. Uno dei briganti che più spadroneggiò fu Carmine Crocco di Rionero in Vulture che, prima di sostenere la restaurazione borbonica, faceva parte dell’Esercito garibaldino. All’epoca del suo maggior splendore poteva contare su 2.180 uomini e su 340 cavalli con cui scorrazzava dalla 20.a regione alla Puglia e dalla Campania alla Calabria. Il 4 luglio del 1863, in località Sferracavallo (dove, da Napoli, si arriva in Molise), una Compagnia del “XLV Fanteria” venne attaccata da 60 briganti facenti parte della banda dell’alleato Schiavone. Quei fanti caddero in un agguato che manco i giornali piemontesi poterono riuscire a nascondere. Altro gruppo famoso (1877) fu quello del Matese che prendeva il nome dalla zona posta tra la Campania ed il Molise.

Di Giuseppe Saluppo

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