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Egam, la classe politica regionale si sfiducia da sè

di Giuseppe Saluppo

Egam, passa la legge in Consiglio regionale grazie ad uno striminzito voto, dopo due mesi di discussioni e polemiche, di tatticismi e qualche sotterfugio. Se fossi fiducioso verso la classe politica, e non la giudicassi una casta che maneggia la politica pro domo sua, mi avrebbe gratificato l’arrovellarsi nel trovare le contromisure giuste alla proposta di legge di istituzione dell’Egam, ingiusta perché lascia aperta la porta alla privatizzazione dell’acqua molisana. Oggi, in Consiglio regionale: un assente tra le fila dell’opposizione (Sabusco); i tre consiglieri del centrodestra che, prima, abbandonano l’aula perché chiedevano il ritorno in Commissione della proposta di legge e, poi, vi hanno fatto rientro per il voto finale; una maggioranza lacerata e spaccata che, in pratica, non c’è più; l’astensione finale del consigliere, Nunzia Lattanzio. Voto finale: 10 a favore, 9 contrari e un astenuto. Una proposta di legge fatta bersaglio con oltre 100 emendamenti. Stravolta e, non si sa bene, se reggerà all’urto del governo nazionale. E, soprattutto, se avrà ancora un’organicità. Ecco, perché, avremmo voluto accreditare ai consiglieri l’inquietudine della ricerca, d’un ponzare intenso e stremante a favore della comunità, dell’alta coscienza civica e morale che li pervade di fronte a un ruolo istituzionale da essi ben diversamente inteso. Non vale loro il Manzoni “è men male agitarsi nel dubbio, che il riposar nell’errore”, ma la memoria corre a Flaiano, “certo,  certissimo, anzi  probabile”. Proprio come la legge che istituzionalizza l’Egam: definita ineludibile, indilazionabile, indiscutibile. E poi: condizionabile, modificabile, aggirabile. E infine: così labile da essere rovesciabile. Se fossi stato fiducioso verso la classe (giammai casta) politica, l’avrei ritenuta capace d’una manovra seria, e ne avrei accettato il dettaglio, personalmente sgradito, nella convinzione che l’insieme delle decisioni avrebbe giovato all’interesse molisano.
Ma la classe politica (ancora e tenacemente casta) s’è sfiduciata da sé facendo il contrario di ciò che avrebbe dovuto: è stata manovriera contro la manovra di legge. E ha distribuito fragilità nel momento in cui avrebbe dovuto trasmettere messaggi di forza. E ha deluso le aspettative popolari verso la certezza, qualsivoglia certezza. E curiosamente somiglia, in ciascun suo componente, al rospo d’un proverbio orientale che misurava la vastità del cielo sulla base del bordo d’un pozzo dov’era precipitato.
Ecco, confesso (con mestizia confesso) che mi pare d’essere affidato alla vista, purtroppo ristretta, d’un simile rospo. Così caduto in basso, così povero d’orizzonte, così difficile da ingoiare.

Di Giuseppe Saluppo

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