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Se dall’agenda politica sparisce il Mezzogiorno

di Giuseppe Saluppo

Possibile che la politica molisana continui a giocare nel laghetto delle polemiche sterili dimenticando che non si parla più di Mezzogiorno e, dunque, di Molise? E’ pur vero che è l’effetto di una deriva che viene da molto lontano: quella di “abolire il Mezzogiorno” e ridurre le politiche di sviluppo territoriale in Italia. Una deriva rispetto alla quale sono stati modesti l’interesse e la capacità di risposta della politica e in particolare di quelle forze che si ispirano a principi di progresso sociale e di maggiore uguaglianza fra i cittadini. Deriva oggi aggravata dagli effetti delle politiche di austerità, nazionali ed europee, dalla vera e propria “trappola” in cui è serrata l’economia europea.  Ma è altrettanto evidente come ci sia bisogno di una vera, grande spending review: una revisione profonda e innovativa della spesa, che ne riveda indirizzi e obiettivi e che, soprattutto, lavori per garantire maggiore sostenibilità, qualità ed efficacia dell’intervento pubblico. Con effetti profondi sulle capacità delle amministrazioni e conseguenti benefici per i cittadini e le imprese, che potrebbero essere molto grandi soprattutto al Sud. Un progressivo riutilizzo delle risorse pubbliche capace davvero di tener conto di “meriti e bisogni”, articolato in base a valutazioni corrette delle necessità di spesa (anche alla luce delle ben diverse dotazioni territoriali di capitale pubblico e infrastrutture) e su indicatori di risultato e modalità di premio e punizione. Invece, la spesa corrente si contrae (specie nella sanità e nell’istruzione) e la pressione fiscale aumenta.  Sull’altro fronte, investimenti e crescita, continua a mancare un disegno strategico di politica industriale adatto ai tempi in cui viviamo. Sicuramente la qualità delle classi dirigenti, politiche e tecniche, sia modesta e probabilmente inferiore a quella di quindici o venti anni fa. Ma è invece assai discutibile che ciò sia un tratto immutabile, che deriva solo da aspetti culturalistici; e non invece, soprattutto, un effetto delle debolezze complessive dell’azione pubblica in Italia, così come del tramonto di molte idealità della politica.

Di Giuseppe Saluppo

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