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Il centrodestra spera di ritrovare la disponibilità di Enzo Di Giacomo. Il centrosinistra ha scelto l’imponderabile: Antonio Di Pietro

La società civile libera di preconcetti e carica di speranze, di desideri e di obiettivi, vuole avere un ruolo e fungere da cartina del Tornasole in vista delle elezioni regionali del 22 aprile per il rinnovo del consiglio e della presidenza.  Di questa volontà s’è ribadito convinto portavoce “Molisenostro”.  Vuole emendare delle scorie che l’hanno resa impraticabile senza la maschera antigas, la politica dei partiti prima del 4 marzo 2108 (Forza Italia e Partito democratico), prima cioè che il Movimento 5 Stelle e la Lega, da versanti opposti, raccogliessero il disagio e la protesta e li rendessero il segnale imperativo del cambiamento. Da quell’abbrivo “Molisenostro” ha preso lo slancio per chiedere la costituzione immediata di un tavolo di confronto aperto a tutti i movimenti civici, alle associazioni, agli amministratori, ai cittadini e, più in generale, alla società civile “per la scelta del miglior candidato presidente”. Per la verità, lo aveva individuato per il centrodestra nella figura del magistrato Enzo Di Giacomo, intorno al quale si erano peraltro espresse anche talune forze del centrodestra che meglio delle altre tengono ancora deste le idee su ciò in cui si sono ridotte, e dell’impellenza con cui, pur di sopravvivere, sono disposte a cedere vertici istituzionali e leadership. La mancata  univoca accettazione della disponibilità iniziale di Di Giacomo ad accollarsi il compito di ridare al centrodestra una prospettiva di successo e fornigli l’ occasione per ritrovare le perdute qualità liberali  (e liberiste) necessarie per correggere la deriva sociale ed economica generata dal governo di centrosinistra guidato da Frattura,  ha indotto il magistrato a fare un passo indietro, ad evitarsi il peso di un eventuale insuccesso nel caso la mancata unità intorno alla sua figura avesse pesato negativamente sull’elettorato. L’invocazione del tavolo di confronto, se accolta, potrebbe di nuovo generare un processo di ripiegamento al proprio interno dei partiti della coalizione e sull’abbrivo magari convincersi che solo una personalità al di sopra delle parti, autorevole di per sé, con doti di equilibrio, di lungimiranza ed esperienza  potrebbe salvarli dall’onda protestataria  e dal profondo desiderio di cambiamento. Stesso discorso per il centrosinistra, che al danno della sua impresentabile governance portata a termine da Frattura e dalla sua giunta a tre assessori (Facciolla, Nagni e Veneziale) deve aggiungere la batosta elettorale che ha ridotto il Pd ai minimi storici e cercare di evitare l’inabissamento qualora dovesse continuare nella folle determinazione di rinnovare la fiducia in chi ha contribuito a creare disagio e malcontento nella realtà sociale ed economica del Molise.  Credendo di far bene, la classe dirigente del Pd, è riuscita a fare peggio di quanto avrebbe fatto tenendosi Frattura  di nuovo candidato. Ha stabilito che la chiamata all’unità da parte del già senatore Ruta intorno a se stesso in versione riparatoria di contrasti e lotte interne, con l’obiettivo di rintracciare le passate capacità di coagulazione del consenso elettorale, dovesse cadere nel nulla. Anzi, dovesse misurarsi con l’imponderabile. Infatti, il passo indietro di Frattura ha determinato il passo avanti di Antonio Di Pietro nella disperata e disperante possibilità di cucirgli addosso l’abito dell’uomo della provvidenza. Dimentichi che lo è stato per l’Italia dopo Mani Pulite, con gli esiti che sono noti, e la replica, purtroppo, è uno degli aspetti tipici della teatralità.  In queste condizioni di malmostosa incertezza dei partiti in via di estinzione, di evidente disorientamento politico, di chiara difficoltà a darsi una missione credibile, al movimentismo dei 5 Stelle e al sovranismo della Lega gli viene spalancata la porta. Sperando che nel Palazzo entrino aria nuova e uomini nuovi.

Dardo

Di Giuseppe Saluppo

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