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Cassa integrazione sì, ma le politiche attive del lavoro?

di Giuseppe Saluppo

A Roma uno spiraglio per i lavoratori della Gam  che senza un nuovo intervento del governo avrebbero perso qualsiasi fonte di sostentamento. Sicuramente, un piccolo passo in avanti con la previsione della Cassa integrazione straordinaria. Dal 2008 la cassa in deroga è stata rinnovata sotto il cappello delle diverse leggi finanziarie. Perché se la Cig ordinaria e straordinaria è coperta (del tutto o in parte) dai contributi versati dalle imprese e dai lavoratori, la cassa in deroga è invece totalmente a carico dello Stato.  Colpa della crisi, chiaro, che ha messo in difficoltà sempre più imprese. Ma un sistema come questo, sostengono i maggiori critici  è servito spesso per sostenere lavoratori di aziende in chiara via di chiusura o addirittura già disoccupati, senza preoccuparsi di investire invece nella loro ricollocazione sul mercato. La cassa in deroga si è trasformata di fatto, in una indennità di disoccupazione: una forma di sostegno passiva al reddito da attivare in caso di sospensione dal lavoro, puntualmente rifinanziata a ogni scadenza.  In 5 anni si è speso per la cassa integrazione in deroga denaro che poteva essere investito nella formazione di nuovo lavoro. Forse, più facile a dirsi che a fare. Ma bisognava puntarci attraverso una seria, definite e programmate politiche del lavoro. Di investimenti pubblici e di incentivazioni di quelli privati per la creazione di opportunità di lavoro. E’ mancata e continua a mancare una programmazione dello sviluppo che dia il senso di una visione complessiva e generale orientata a dare slancio all’economia e a favorire l’occupazione. Oggi, però, la questione si riapre e, forse, per l’ultima volta. Bisogna accelerare sui fondi per l’Area di crisi ma con un progetto ben definito in tasca. Su quale Molise investire e su quali settori puntare. Uno sforzo non indifferente e anche di fantasia strategica. Il tempo, infatti, scorre inesorabilmente. E c’è un solo modo di dimenticare il tempo: impiegarlo.

Di Giuseppe Saluppo

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