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Campobasso, Facite Ammuine

Ci sarà un po’ di confusione al Comune di Campobasso. La Enrico D’Ovidio viene confusa con la Francesco d’Ovidio nell’ordinanza di trasferimento delle aule a far data dal 30 ottobre. Chiude una storia e l’ordinanza sindacale testimonia la fine della storia culturale, e non solo, della città di Campobasso. Facite Ammuine è il grido che rimbomba, ormai, a Campobasso. Città nel pantano. I fratelli Enrico e Francesco D’Ovidio sono uno dei vanti culturali di Campobasso. Enrico  matematico e politico (senatore); Francesco filologo e critico letterario.  A loro nome sono state titolate due scuole. La scuola elementare di Via Roma ad Enrico; la scuola Media di Via Gorizia a Francesco. Da qualche anno ( non più di due) al Comune di Campobasso è scoppiato all’improvviso il virus della sicurezza scolastica, con il contributo di un sostanziale allarmismo specialmente intorno ad una, forse, delle più sicure tra tutte le insicure strutture scolastiche della città: la Don Milani. Il dibattito, che sfiora il surreale tra i banchi consiliari di Palazzo san Giorgio, ha generato, a caduta, una strana sollecitazione a intervenire, che si va traducendo in vari traslochi da un plesso all’altro non solo, e non tanto, in rapporto al (presunto) grado di sicurezza statica, quanto sulle motivazioni politiche che quei traslochi sono in grado di assecondare e di soddisfare, sull’abbrivo dell’onda popolare e dei comitati dei genitori. In quest’ottica pare debba considerarsi l’intenzione di trasferire l’attività scolastica della scuola primaria Enrico  D’Ovidio  di Via Roma nei locali della scuola Media Francesco D’Ovidio di Via Gorizia. Ma si dà il caso che nell’ordinanza del sindaco Battista è la scuola Media a doversi trasferire nella scuola elementare e non viceversa. Nell’ordinanza sindacale è scritto testualmente che “A far data  dal 30 ottobre 2017 il trasferimento dell’attività didattica della scuola primaria Francesco D’Ovidio  di Via Roma” debba  svolgersi “nei locali della scuola Enrico D’Ovidio di Via Gorizia”. Un qui pro quo sesquipedale, un marrone amministrativo, un inciampo culturale di proporzioni gigantesche che denuncia in un unico contesto ordinamentale  un vuoto enorme nella conoscenza dei luoghi, delle strutture e delle titolazioni, la superficialità con cui si sottoscrivono le ordinanze rendendole oggetto di derisione e, purtroppo, la concomitante ignoranza dell’estensore materiale dell’ordinanza stessa. Senza dire che  di mezzo ne va  anche l’impraticabilità della disposizione, nei termini in cui è stata scritta e sottoscritta. A meno che non si voglia allestire il festival delle ridicolaggini a sollievo delle inadeguatezze amministrative.

Di Giuseppe Saluppo

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