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Una campagna elettorale seria non dovrebbe prescindere dalla valutazione, oltre che degli uomini che la interpretano, dalla lettura approfondita del programma che si intende realizzare

Sono in trecento, non tutti giovani e forti, coloro che vanno all’assalto della Regione Molise presentandosi alle urne il 22 aprile 2018. Sono 17 le liste e 4 i candidati alla presidenza. La società molisana è stata rastrellata da capo a piedi, in ogni angolo, anche il più recesso, alla ricerca di un kamikaze che andasse a rimpolpare le liste di coalizione e le ambizioni dei pochi ( Greco, Toma, Veneziale e Di Giacomo ) che hanno qualche giustificata ambizione di ritenersi all’altezza di governare per i prossimi 5 anni la ventesima regione d’Italia. A mettere insieme le liste e i trecento che le compongono, viene fuori un Molise spaccato in due. Da una parte la proposta di rinnovamento dei 5 Stelle (giovani non adusi alla politica come mestiere ma vocazione), dall’altra la riproposizione di vecchie facce e di vecchie personalità usurate dal tempo e dal potere (Iorio, Vitagliano, Di Sandro, Veneziale, Ciocca, Fanelli, Facciolla,Cavaliere, Sabusco, Totaro, Niro per dirne alcuni). Corrose nella loro spontaneità iniziale, nel loro iniziale entusiasmo, nella loro esperienza maturata tra successi e cadute ma sempre nel ventre molle della politica strumentale, clientelare, a tratti personalistica, costantemente fittizia sul piano della partecipazione democratica e del tanto decantato spirito di servizio. Questo è il Molise che stando ai sondaggi  sta venendo meno, aiutato a decadere dalla pervicacia con cui non s’accorge di aver fatto il suo tempo, che i mutamenti delle condizioni oggettive della società civile (sempre più poveri e disoccupati, e sempre più ricchi in una dicotomia sociale ed economica inaccettabile)  e l’intolleranza alla perpetuazione di riti politici sostanzialmente privi di contenuti e di obiettivi ma ricchi d’interessi parziali e personali, lo stanno ormai smantellato. Il 22 aprile, a urne aperte, la questione sarà di fronte all’elettorato che deve scegliere se puntellare ciò che resta del  vecchio sistema di potere (clientela, favoritismo, arricchimento di casta, parentopoli, cerchi magici) o dargli una spallata per costruire, seppure non senza timori e incertezze per l’eccesso di novità politica del movimentismo popolare, una nuova realtà in cui siano titolari gli interessi collettivi, il lavoro, lo sviluppo, gli investimenti, i progetti di crescita, le infrastrutture per modernizzare questa terra dai connotati ambientali che la segnalano ancora spendibile sul fronte della modernizzazione, della innovazione, nonché inaspettato laboratorio del desiderio di cambiamento che le urne nazionali hanno decretato dando il benservito al partitismo parassitario. La partita è aperta, incerta, di non facile interpretazione, ma certamente stimolante soprattutto se rivolta a verificare quanto sia vero e consistente il mutamento di coscienza civile scaturito dalle percentuali di gradimento espresse in favore di Lega e 5 Stelle e a sfavore dei partiti abituali. Il nodo da sciogliere è proprio questo: manterrà l’elettore molisano la libertà di coscienza e di pensiero che ha espresso il 4 marzo 2018, o tornerà alle vecchie abitudini clientelari, ai parentadi, alla credulità di vane promesse? Una campagna elettorale seria non dovrebbe prescindere dalla valutazione, oltre che degli uomini che la interpretano, dalla lettura approfondita del programma che si intende realizzare. Purtroppo questo ai molisani, da tempo immemore, gli è precluso. Gli sono sempre stati offerti gli uomini a riferimento, il loro presunto carisma, il loro potere di aggregazione, la loro presunta capacità a governare per ritrovarsi (il Molise) alle soglie del 2018 agli ultimi posti delle classifiche economiche, sociali, assistenziali e culturali. Giammai ai molisani è stato offerto un programma certo e definito su cui riflettere e su cui scegliere. La storia si ripete. Purtroppo. Per cui ancora una volta alle urne si andrà sotto la spinta delle amicizie, delle conoscenze, delle promesse, delle illusioni senza la scorta di progetti e di programmi politici che differenzino nella sostanza, in maniera chiara e trasparente, con analisi e dati di fatto, la credibilità del nuovo rispetto alle illusioni del vecchio.

Dardo

Di Giuseppe Saluppo

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4 commenti

  1. Augusto Domenighini

    Tutto condivisibile. Il segnale alle passate elezioni politiche è stato dato, adesso bisogna continuare su questa strada. Gli stratagemmi di chi tenta di contrastare il cambiamento e ha rappresentato il vecchio, becero modo di fare politica ormai rasentano il ridicolo. I silenzi e la mancanza di coesione di chi avrebbe voluto dimostrare di saper far crescere la regione, invece, sono segno di una crisi profonda del partito.
    Occorre un nuovo mazzo di carte per vincere la partita.

  2. Concordo sul fatto che i programmi dovrebbero essere al centro per effettuare le scelte dei cittadini ,ma oltre a ciò che si promette ci vorrebbe anche la valutazione oggettiva della loro attuabilita’ reale tenuto conto dei costi e dei rischi che le varie misure comportano in materia soprattutto economica. Mi rendo conto che quest’ultima operazione non è sempre alla portata di tutti perciò sarebbe bello che i candidati dicessero ,con verità, s’intende, i costi previsti per le loro promesse e dove vorrebbero prendere i soldi per realizzarle . Non in modo generico ,ma preciso e puntuale;anzi dirò di più, il discostarsi dei progetti dalla effettiva fattibilità dovrebbe portare chi mente sapendo di mentire ad essere indagato per abuso della diffusione di notizie false, quasi per truffa…..della “credulità popolare “

  3. Donatella Maniscalco

    Signori, per attuare i programmi e le riforme occorre una sola cosa: i soldi. Dove prenderli? Dalle tasse. Chi paga le tasse in Italia? Uno scarso 50%, secondo dati statistici. Quindi? Quindi le balle stanno in poco posto: bisogna fare una lotta senza quartiere all’EVASIONE FISCALE. Intendiamoci bene: mica solo alle imprese che fanno le furbette, ma anche e soprattutto a quella miriade di esercenti, piccoli imprenditori, professionisti che o ti fanno la ricevuta fiscale per un importo parziale o non te la fanno proprio! Sapete a quanto arriva tutto questo, epurato dalle maxi evasioni aziendali e dal lavoro nero? A 100 MILIARDI di Euro! E voi mi parlate di lotta agli sprechi come una panacea ai mali italiani? Avete proprio sbagliato binario, così come sbagliate se pensate che si tratti di evasione di sopravvivenza e se non esigete ciò che vi spetta di diritto e che renderebbe questo benedetto Paese più equo: lo scontrino fiscale, indipendentemente dal fatto che possiate scaricare la spesa, perché non è questo un buon motivo per capire che le tasse hanno un senso e devono pagarle tutti. Se poi tutti le pagano, tutti arriveranno a pagarne meno, e riforme, strade, ospedali, servizi vari miglioreranno a vista d’occhio. Non occorre una laurea alla Bocconi per capirlo, eppure in tanti fanno gli gnorri per non andare alla guerra…

    • Concordo con la signora Maniscalco. Purtroppo dell’argomento evasione non ha parlato nessuno -leggasi nessuno- eppure si tratta della più importante fonte di finanziamento per uno Stato, oltre che uno strumento di grande equità.

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