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Ai nostri ‘Fratelli d’Appennino’

di Giuseppe Saluppo

Oggi, il pensiero ritengo debba andare ai nostri ‘fratelli d’Appennino’. Le nuove scosse di terremoto hanno riaperto, ancora una volta, il tema della fragilità dei nostri paesaggi. La loro bellezza nella combinazione di natura selvatica modificata dall’intervento umano, dunque una bellezza culturale. Borghi, minuscole frazioni aggruppate sui colli, sugli speroni, sulle falde di monti dai nomi ai più sconosciuti. Dove si impartiscono più estreme unzioni che battesimi, gli anzianissimi e le famiglie che mandano avanti, con fatica, le attività agricole e commerciali , i negozi necessari: gli alimentari, le macellerie, le farmacie,  i bar, le panetterie. E, poi, le molte scuole che hanno chiuso per mancanza di allievi. “Viene il vento recando il suon dell’ora. Dalla torre del borgo. Era conforto”, è ancora l’immagine del Leopardi nelle sue “Ricordanze”. Gente ancora ancorata a quella terra, come noi, sulla spina dorsale dell’Italia. Dove non ci sono autostrade, né aeroporti, né treni veloci. Per raggiungerla ci vuol tempo, come da noi. Nonostante ciò, però, è la casa del padre, della madre, dei nonni, dei bisnonni. Un legame atavico, una fedeltà peculiarmente nostra, che fa tornare i figli  e i figli dei figli. Forse, solo per l’estate.  Forse, solo, per una sagra come allegoria del ritorno. Ma, oggi, la terra che continua a tremare sembra volere spezzare quella catena di appartenenza rimasta viva anche dopo le emorragie dell’emigrazione. Questo nostro Appennino che sembra volere richiamare la giusta e dovuta attenzione, una sana riflessione. Quel “Ritorno a voi; che per andar di tempo, Per variar d’affetti e di pensieri, Obbliarvi non so”, per ripeterla con il Leopardi. Per ricostruire un tessuto sociale, economico e non lacerare il filo delle generazioni che ci ha resi ‘fratelli d’Appennino’.

Di Giuseppe Saluppo

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