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Accordo tra le Regioni per fronteggiare il boom della sanità privata rispetto a quella pubblica

Giro di vite delle Regioni alla mobilità sanitaria (il fenomeno per cui pazienti molisani ad esempio si vanno a curare a Brescia, a Piacenza, a Padova e dove ritengono che il servizio sanitario sia migliore). Da qui la necessità di regolare in maniera analitica i flussi. Giro di vite anche sull’accesso ai presidi sanitari privati (accreditati). La tendenza è ascensionale, e spesso non risulta compatibile con le esigenze di certezza dei bilanci regionali. Per questo nell’ultima loro conferenza hanno deciso di chiudere i conti del 2013,2014 e 2015. E per quest’anno e i prossimi si sono dati l’impegno di ridurre fortemente il ricorso alla medicina privata, ancorché accreditata. Leggendo che la produzione pubblica ha registrato un calo complessivo del 3 per cento e la produzione privata  ha mostrato un incremento pari all’11 per cento, il boom della sanità privata rispetto a quella pubblica ha messo in allarme gli apparati istituzionali. Ciò che veniva ritenuto ed espresso sottovoce, moderatamente, anche con qualche riserva, ovvero che il servizio pubblico era deficitario rispetto a quello privato, è letteralmente esploso sul piano statistico. Ma invece di correggere i difetti, le carenze, le insufficienze che spingono il cittadino a trovare l’assistenza migliore per sé  nell’offerta sanitaria privata, le Regioni vogliono chiudersi a riccio: la decisione è stata quella che prevede un abbattimento delle prestazioni da privato, forfettariamente pari al 50 per cento. Quanto di legittimo e costituzionale ci sia in questa decisione è tutto da vedere. Ma tant’è. La spesa sanitaria in alcune realtà locali crea imbarazzo per quanto incide sull’utente, senza porsi di valutare se il servizio corrisposto la giustifichi. E allora si passa da un eccesso all’altro. Chiudere le porte alla sanità privata (salva l’alta specialità) è parsa la soluzione più facilmente praticabile. Non è noto se all’incontro in cui s’è discusso della mobilità sanitaria e delle altre questioni di cui abbiamo fatto cenno erano presenti il Molise e il suo presidente Frattura, notoriamente aperto alle  richieste e alle esigenza del sistema sanitario privato, mallevadore della fusione gestionale tra la Cattolica e il Cardarelli, ammiratore dell’Istituto di ricerca Neuromed di Pozzilli e altrettanto notoriamente severo e critico verso il sistema sanitario pubblico da lui taglieggiato, ridimensionato, accorpato. Se presente, avrà dovuto ingoiare il rospo e probabilmente dovrà forse anche rivedere le sue propensioni e il piano di riorganizzazione della reste sanitaria molisana.  Compresi (e rappresi) nella necessità di ridurre i costi, i presidenti delle Regioni hanno deciso di impegnarsi ad “affrontare il tema dei professionisti collocati a riposo e che nel pubblico non possono più esercitare l’attività e che hanno trovato ampio spazio nel settore privato (anche accreditato), le cui prestazioni restano comunque a carico del settore pubblico”. In sostanza vogliono porre un limite a quei professionisti pubblici che una volta andati in pensione vanno a lavorare per il privato ‘portando con se molti pazienti”.

Anche questa è una soluzione tampone, un ricorso al rimedio immediato, senza domandarsi perché il fenomeno esiste, da dove prende origine, quali le ragioni.  Pleonastico pertanto che in materia sanitaria siamo ai verbi difettivi.

Di admin

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